giovedì 26 giugno 2014

INCOSTITUZIONALE LA FILIERA CORTA SULLE BIOMASSE IN PUGLIA

Le Regioni non possono limitare la realizzazione di impianti a biomassa in area agricola, bypassando i principi fondamentali in materia di energie rinnovabili fissati dal Legislatore statale e introducendo criteri non conformi a quanto previsto a livello nazionale dal Dlgs 387/2003. Con la sentenza dell’11 giugno 2014, n. 166, la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la Legge della Regione Puglia n. 31/2008 nella sezione che preclude la realizzazione in zona agricola di impianti alimentati da biomasse, salvo che queste ultime provenissero, per almeno il 40%, da "filiera corta", cioè da un'area contenuta entro 70 chilometri dall'impianto. Il ricorso era stato presentato sulla base di un diniego per una megacentrale a biomasse da oltre 10 MW a Trinitapoli, in cui - unici - avevamo già parlato su questo blog: "Inceneritore a Trinitapoli: si va alla Corte Costituzionale".

La norma contestata recita: "4. E’ vietata la realizzazione in zona agricola di impianti alimentati da biomasse, salvo che gli impianti medesimi non siano alimentati da biomasse stabilmente provenienti, per almeno il quaranta per cento del fabbisogno, da “filiera corta”, cioè ottenute in un raggio di 70 chilometri dall’impianto.".
La Corte Costituzionale ha quindi (chi può darle torto?) interpretato alla lettera questa norma. Anche se nei fatti la Regione Puglia agevola la realizzazione di centrali a agromasse in zona agricola tramite la variante urbanistica che si ottiene automaticamente con l'Autorizzazione Unica grazie al rispetto del requisito della filiera corta, evidentemente la Corte Costituzionale ha ritenuto questo divieto illegittimo. Ovviamente, però, chi volesse costruire una centrale a biomasse di grandi dimensioni in zona agricola, dovrà prima ottenere il provvedimento assestante della variante urbanistica.

La Regione ha sostenuto davanti alla Corte Costituzionale che la norma non vietasse "propriamente" l'insediamento in zona agricola degli impianti, ma si limitasse bensì a «prescrivere particolari modalità gestionali», costituite dall’obbligo di alimentare l’impianto per almeno il 40% di biomassa prodotta entro 70 chilometri dalla struttura.
Secondo la Corte, però, «appare evidente che la norma regionale impugnata persegue un obiettivo che trascende i limiti tracciati dalla normativa statale di principio, in un ambito materiale ove la Corte ha già ravvisato la prevalenza della materia 'energia' (sentenza n. 119 del 2010)»; ricorda inoltre come l’articolo 12 comma 7 del Dlgs 387/2003 consenta espressamente di localizzare gli impianti di produzione di energia elettrica alimentati da biomasse in zone agricole, pur dovendosi tener conto delle disposizioni in materia di sostegno del settore agricolo, con particolare riferimento alla valorizzazione delle tradizioni agroalimentari locali, alla tutela della biodiversità, nonchè del patrimonio culturale e del paesaggio rurale.



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