martedì 15 novembre 2011

I “mediani” dell’Antimafia: “chi cambia perché tutto cambi”


Pubblichiamo di seguito l’intervista all’amico Alfonso Russi, autore del libro “Infami. Venti storie di ordinaria antimafia”, dove gli “infami” non sono gli affiliati della ‘ndrangheta, ma, in una visione perfettamente speculare, quelli che rifiutano le sue leggi, il suo sedicente senso dell’onore, fra loro anche l’imprenditore calabrese Pino Masciari.

Alfonso Russi ha lo sguardo pieno e appassionato di chi crede profondamente in un cambiamento ed è profondamente convinto di doverlo realizzare. Il suo temperamento mite e ordinato mal si addice al mestiere di chi, come lui, è impegnato in prima linea nella lotta alla ‘ndrangheta e alla criminalità organizzata. Nato cinquantadue anni fa a San Severo, in provincia di Foggia, da dieci residente in Umbria, geologo, docente e responsabile scientifico di un laboratorio di ricerca, dal 2005 Russi svolge attività di consulente tecnico per la Direzione distrettuale antimafia della Procura di Catanzaro.

Di questi sei anni di esperienza alla Dda, Russi ha voluto fare un libro, intitolato “Infami – Venti storie di ordinaria antimafia”, che ha presentato in anteprima nazionale, lo scorso 14 maggio, a Fermo. “Infami” racconta di un “avamposto di frontiera dello Stato”, la metaforica Catreggio, in Calabria, e delle vicende di quelle decine di magistrati, giornalisti, testimoni di giustizia e agenti che lì, coraggiosamente e in silenzio, vivono sulla propria pelle la guerra alle ‘ndrine, senza i riflettori dei media di cui hanno beneficiato i grandi nomi della storia dell’antimafia, ma con la stessa perseveranza e la stessa incorruttibilità.

- Da geologo a consulente tecnico della Dda di una delle procure più esposte nella lotta alla mafia. Non è proprio il caso di dire che “il passo è stato breve” per lei…
Ho iniziato nei primi anni ’90 come consulente di un Comune della Provincia di Foggia. Sono stato incaricato come ausiliario di polizia giudiziaria occupandomi, fra l’altro, anche di discariche abusive. Poi mi sono ritrovato catapultato fra gli affari sporchi della tangentopoli pugliese, conducendo, tra le varie indagini, anche quelle relative allo smaltimento abusivo dei rifiuti e agli appalti. Nel 1995 sono divenuto referente dell’Area ambiente e territorio dell’Istituto di ricerca della Regione (oggi Agenzia Umbria Ricerche) e, quando il direttore di allora mi ha proposto, nel 2001, di coordinare la Relazione sullo stato dell’ambiente dell’Umbria, ho preso la palla al balzo e ho deciso di trasferirmi a Foligno con tutta la famiglia. Ho continuato a svolgere il mio mestiere e poi, verso la fine del 2005, è arrivato l’incarico di consulente tecnico alla Distrettuale.
- In “Infami” sostiene che la mafia va contrastata e non combattuta. Qual è la differenza?
Un combattimento implica, nella maggioranza dei casi, un confronto alla pari. Ma fra Stato e mafia non può, e non deve esserci, questo rapporto. Il primo ha una superiorità morale nei confronti della seconda che gli impone di guardarla e, appunto, contrastarla, dall’alto verso il basso, e di farlo ininterrottamente.
- La ‘ndrangheta è la più ricca fra le mafie del meridione. Nel suo libro afferma però che, contro un nemico così forte, non c’è bisogno di eroi. Perché?
Io credo che le stesse “icone” dell’antimafia (Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tanti altri) non sarebbero molto d’accordo di sentirsi definire “eroi”. Quando tu dai dell’eroe a qualcuno lo poni su un piano superiore e distante rispetto al tuo e, automaticamente, ti allontani dalla possibilità di replicare le sue gesta quando, invece, vorresti avere la possibilità di fare anche tu la tua parte. Io voglio parlare di eroi quotidiani, di “brave persone” che combattono la mafia tutti i giorni, magari senza vedere i figli da settimane oppure rinunciando alle ferie, e non è un caso che il sottotitolo del libro sia “Venti storie di ordinaria antimafia”. E, per antimafia, non intendo solo quella giudiziaria ma in particolar modo quella sociale…
- Cioè?
Un po’ di tempo fa pensavo di essermi ricordato un proverbio che, poi invece, ho scoperto di aver inventato io personalmente, senza nemmeno essermene reso conto: “Chi pianta una vite lo fa per sé, chi pianta una quercia lo fa per gli altri”. Ecco, quando lavori all’antimafia giudiziaria, ad un certo punto ti rendi conto che al di là delle ‘ndrine, degli affari, al di là degli omicidi, ci sono problemi di fondo che sono culturali e che non si possono estirpare giudiziariamente. Un’antimafia sociale non ci lascerà mai soli, ci sta accanto, ci sostiene, ci supporta sempre. I mafiosi temono la reazione dei cittadini. Il loro attivismo è cresciuto molto negli ultimi anni, anche in Calabria e soprattutto fra i giovani. Per cui non solo è importante “seminare querce”, ma anche aspettare che crescano.
- Non a caso, proprio per omaggiare l’antimafia sociale, una delle venti storie di “Infami” è intitolata e dedicata ai “Giovani contro le mafie”. Da dove nasce la sua attenzione verso le nuove generazioni?
A dicembre dello scorso anno mi informarono che il magistrato della Procura per la quale lavoro aveva ricevuto una minaccia di morte. Lo si avvisava che, di lì a poco, sarebbe stato ucciso saltando in aria con tutta la scorta o con un colpo in testa, sparato da un fucile di precisione, all’uscita del suo ufficio. Di ritorno a casa, accendendo la tv, rimasi sconcertato nel notare che non vi fosse neanche un minimo accenno al fatto, in nessun canale, di nessuna rete. Così ho scelto di entrare nelle scuole e di incontrare direttamente i più giovani, gli studenti, e di raccontare le storie di cui i media non parlano. La dedica del mio libro (“a tutti coloro che combattono più per la Speranza che per la Giustizia”) è rivolta proprio a loro, perché rappresentano la nostra speranza. E la Calabria è terra bellissima, è terra di speranza. Magari umiliata e schiacciata dal peso della malavita, ma pur sempre una terra in cui sono nate persone che hanno fatto molto per cambiare le cose, spesso pagando a caro prezzo le proprie scelte. Una di queste è Pino Masciari, un testimone di giustizia che, da 14 anni, vive in località protetta, lontano dalla sua terra natia, proprio perché ha scelto di denunciare quelle ‘ndrine delle quali, guarda caso, io, oggi, mi occupo. Mi sento molto legato a lui ed è forse anche per questo che, il suo, è l’unico nome autentico e non inventato, oltre a quello dei Giovani contro le mafie di Foligno, fra tutti quelli dei protagonisti del libro.
- Russi, la prossima è una di quelle domande che le avranno posto in tanti, ma è d’obbligo in queste situazioni: quando e come ci libereremo dalla malavita organizzata?
Non possiamo estirpare radici che sono culturali. Ci vuole tempo. Sono profondamente convinto delle parole di Giovanni Falcone, che credeva che la mafia, come ogni fenomeno umano, avrà una fine così come ha avuto un inizio. Sì, sappiamo che l’80 per cento della cocaina europea è in mano alla ‘ndrangheta e sappiamo che lo scorso anno ha fatturato circa 44 miliardi di euro (più di una manovra finanziaria del Governo) ma quanto, questa ‘ndrangheta, ha a che fare con la politica? Quanto ha a che fare con la massoneria? Il nostro compito, in questo senso, non deve essere solo quello di prendere atto dei risultati ma di scoprire quali sono le formule e i meccanismi, segreti e perversi, che li producono. La ‘ndrangheta teme l’antimafia sociale, perché sa che non la puoi ammazzare, è immortale. Non so dire quando sconfiggeremo la mafia, ma so per certo che il tempo che impiegheremo dipende non solo dalla volontà delle istituzioni ma anche dall’impegno dello Stato, inteso come comunità dei cittadini.

A questo punto dell’intervista, Russi vuole assicurarsi che le parole “istituzioni” e “Stato” vengano riportate rispettivamente in minuscolo e in maiuscolo. Gli domando perché tanto scrupolo e lui mi spiega che, da cittadino libero, preferisce lo Stato in maiuscolo perché “rappresenta tutti noi, perché è sano a prescindere dalle poche parti malate, mentre le istituzioni sono malate, a prescindere dalle poche parti sane. Esse sono solo una rappresentanza, e spesso non delle migliori. Lo Stato è sovrano, non le istituzioni”.
- In tanti anni di antimafia di storie ne avrebbe potute raccontare tante, ma nel suo libro ce ne sono solo venti. Perché?
Sono 20 storie selezionate in base alle emozioni, alla semplicità del messaggio e all’interesse che potevano suscitare nei confronti di chi, seppur curioso, non conosce bene la “materia” che trattano. Alcuni mi hanno domandato se alcune di esse fossero realmente accadute. Ed io, purtroppo e a malincuore, sono costretto a dire a tutti che sono vere, e che l’unica cosa che c’è di falso, nel libro, sono i nomi dei personaggi, ma solo per una questione di garanzia e di dovuta riservatezza.
- La sua preferita?
L’ultima, che si intitola “Dinosauri”.
- Per quale motivo?
Perché è così che ci definì un mio amico poliziotto, deluso e amareggiato dallo stato attuale delle cose, considerandoci gli ultimi di una specie in via di estinzione: quella degli uomini che credono nei valori e vivono difendendoli. Io però risposi che, innanzitutto, i dinosauri, prima di estinguersi, hanno impiegato molti anni e che, quindi, avevamo ancora molto tempo a nostra disposizione. Poi, dissi che tra gli animali che si salvano sempre, in qualsiasi situazione, i più scaltri sono i ratti. Io lo so come si fa a fare il ratto. Ma io non voglio fare il ratto, sono un dinosauro, e chi leggerà l’ultimo racconto di “Infami”, scoprirà anche che tipo di dinosauro ritengo di essere.
- Alla protagonista di “Blu di metilene” rimprovera che, a chi lavora nell’antimafia, non si deve mai e poi mai porre la fatidica domanda “…chi te lo fa fare?”. Noi, invece, giunti a questo punto, ci becchiamo il rimprovero e glielo chiediamo ugualmente: chi glielo fa fare Alfonso?
La risposta a questa domanda è il titolo di questa storia. Alla mia amica Denise, la protagonista della vicenda, dico infatti che, chi lavora alla Dda, non percepisce il suo lavoro come una “goccia nell’oceano”, ma piuttosto come “blu di metilene in un acquario”. Ne bastano poche gocce e tutta l’acqua si colora di azzurro. E’ una metafora per dire che fin quando esiste uno 0,1 per cento della popolazione che resiste alla malavita, vale la pena lottare per quella piccola percentuale. Da chi lavora da anni alla Dda ci si aspetterebbe che la cosa che ritiene più importante sia il proprio impegno, la soddisfazione nel fare, ogni giorno, qualcosa di utile per la società. Nel mio caso, invece, la cosa più bella è stata aver trovato degli amici veri e aver condiviso esperienze uniche. Io mi auguro non tanto che “Infami” venga venduto, quanto che venga letto e recepito per le storie che contiene: vite da mediani, come direbbe Ligabue, vissute sul fronte della lotta alla mafia, straordinarie e ordinarie allo stesso tempo. Non è un libro di cronaca, non è un saggio sulla ‘ndrangheta, ma è un contenitore di emozioni, un atto di stima nei confronti di chi “cambia perché tutto cambi”.
FONTE: 2duerighe.com

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