domenica 23 ottobre 2011

Sentenza di Strasburgo su Manfredonia (1998)

COUR EUROPÉENNE DES DROITS DE L'HOMME

EUROPEAN COURT OF HUMAN RIGHTS

Affaire Guerra et autres c. Italie

(116/1996/735/932)

Arrêt







Strasbourg, 19 février 1998



























CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO









CASO GUERRA ED ALTRE
CONTRO ITALIA













S E N T E N Z A
S T R A S B U R G O



19 FEBBRAIO 1998

























S E N T E N Z A

S T R A S B U R G O





19 FEBBRAIO 1998






Questa Sentenza può subire delle modifiche di forma prima della pubblicazione della sua versione definitiva nella RACCOLTA DELLE SENTENZE DECISIONI 1998, pubblicata da Carl Heymanns Verlag KG (Lussemburgo Stra Be 449, D‑50939 Cologne) il quale si occupa anche della diffusione in collaborazione, per certi paesi(fra i qua li non c'è l'Italia), con gli agenti di vendita la cui lista figura sul retro.






















S O M M A R I O

Sentenza resa da una grande Camera.

Italia: assenza delle informazioni della popolazione sui rischi incorsi e le misure da prendere in caso di incidente in uno stabilimento chimico del vicinato.

I. ARTICOLO 10 DELLA CONVENZIONE

A.‑ Eccezione preliminare del Governo ("non‑esaurimento").

Prima branca ricorso per direttissima ( articolo 700 del codice di procedura civile): sarebbe stato un rimedio utilizzabile se la lamentela degli interessati poggiasse sull'assenza delle misure che mirano alla riduzione o all'eliminazione dell'inquinamento; nella fattispecie, questo ricorso avrebbe verosimilmente portato alla sospensione dell'attività dello stabilimento.

Seconda branca ricorso al giudice penale: avrebbe potuto al massimo finire con la condanna dei responsabili dello stabilimento, ma certamente non con la comunicazione delle informazioni alle ricorrenti.

Conclusione: rigetto (19 voti contro 1).

B.‑ Fondatezza della lamentela.

Esistenza di un diritto per il pubblico di ricevere le informazioni molte volte riconosciuta dalla Corte nei processi relativi alle restrizioni alla libertà della stampa, come corollario della funzione propria dei giornalisti di diffondere le informazioni o le idee sulle questioni di interesse pubblico ‑ circostanze di specie si distinguono nettamente da quelle di questi processi perché le ricorrenti si lamentano di una disfunzione del sistema instaurato dalla legislazione pertinente ‑ il Prefetto ha predisposto il piano d'urgenza sulla base del rapporto fornito dallo stabilimento, questo piano fu comunicato al servizio della protezione civile il 3 agosto 1993, ma a tutt'oggi le ricorrenti non hanno ricevuto le informazioni controverse.

Libertà di ricevere le informazioni: vieta essenzialmente ad un governo di impedire a qualcuno di ricevere delle informazioni che altri aspirano o possono consentire a lui di fornire ‑ non può comprendersi (cioè la libertà di ricevere informazioni) come una libertà che impone se uno Stato, nelle circostanze quali quelle di specie, delle obbligazioni positive di raccolta e di diffusione, di sua volontà, delle informazioni.

Conclusione: inapplicabilità (18 voti contro 2).

II. ARTICOLO 8 DELLA CONVENZIONE.

Incidenza diretta delle emissioni nocive sul diritto delle ricorrenti al rispetto della loro vita privata e familiare: permette di concludere per l'applicabilità dell'art. 8 Le Ricorrenti si la mentano non di un atto, ma della inazione dello Stato ‑ l'articolo 8 ha essenzialmente per oggetto di premunire l'individuo contro la ingerenza arbitraria dei poteri pubblici.‑ non si accontenta di sottoporre lo Stato ad astenersi da simili ingerenze: a questo impegno piuttosto negativo possono aggiungersi 1e obbligazioni positive inerenti ad un rispetto effettivo della vita privata o familiare.

Nella fattispecie, basta cercare se le autorità nazionali hanno preso le misure necessarie per assicurare la protezione effettiva del diritto delle interessate al rispetto della loro vita privata e familiare.

I Ministeri dell'Ambiente e della Sanità adottano congiuntamente le conclusioni sul rapporto di sicurezza presentato dallo stabili mento ‑ esse davano al prefetto delle indicazioni concernenti il piano d'urgenza, che aveva preparato nel 1992, e le misure di informazione controverse ‑ tuttavia, al 7 dicembre 1995, nessun documento concernente queste conclusioni era pervenuto al Comune competente.

I gravi attentati all'ambiente possono riguardare il benessere delle persone e privarle del godimento del loro domicilio in maniera da nuocere alla loro vita privata e familiare ‑ le ricorrenti sono rimaste, fino alla sospensione della produzione dei fertilizzanti nel 1994, nell'attesa delle informazioni essenziali che avrebbero permesso loro di valutare i rischi che potevano derivare per esse e i loro vicini dal fatto di continuare a risiedere sul territorio di Manfredonia, un comune anche esposto il pericolo in caso di incidente nella cinta (nei dintorni) dello stabilimento.

Lo Stato convenuto ha fallito alla sua obbligazione di garantire il diritto delle ricorrenti al rispetto della loro vita privata e familiare.

Conclusione: applicabilità e violazione(unanimità).


III. ARTICOLO 2 DELLA CONVENZIONE.

Conclusione: non è necessario esaminare l'affare anche sotto l'an golo dell'articolo 2 (unanimità).


IV. ARTICOLO 50 DELLA CONVENZIONE.

A.‑ Pregiudizio (Danno)

Danno materiale: non dimostrato.
Torto morale: concessione di una certa somma ad ogni ricorrente.

B.‑ Spese ed uscite.

Rigetto della domanda ‑ tenuto conto della sua tardità e della concessione dell'assistenza giudiziaria.

Conclusione: lo Stato convenuto è tenuto a pagare una certa somma ad ogni ricorrente (unanimità).

Riferimenti alla giurisprudenza . . . della Corte . . .19.02.1991 ZANGHI contro ITALIA.

Nel caso Guerra ed altre contro Italia, la Corte Europea Dei Diritti dell'Uomo, costituita, conformemente all'art. 53 del suo regolamento B, in una grande camera composta di giudici in numero di 20, come di un cancelliere e di un cancelliere aggiunto , dopo averne deliberato in camera di consiglio il 28 agosto 1997 e il 27 gennaio 1998, EMANATA la SENTENZA che segue , adottata in quest’ultima data:


*Nota del Cancelliere
1.‑ Il caso porta il numero 116/1996/735/932.

Le prime due cifre ne indicano il grado nell'anno di introduzione due ultimi il posto sulla lista dei ricorsi della Corte dall'origine e su quella (sulla lista) delle richieste iniziali (alla Commissione) corrispondenti.

2.‑ Il regolamento B, entrato in vigore il 2 ottobre 1994, si applica a tutti i casi concernenti gli Stati collegati dal Protocollo n° 9.


‑ PROCEDURA ‑

1.‑ Il caso è stato deferito alla Corte dalla Commissione Europea dei Diritti dell'Uomo("la Commissione") il 16 Settembre 1996, nel termine di 3 mesi che prevedono gli articoli 32 par. 1 e 47 della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà Fondamentali ("la Convenzione"). Alla sua origine si trova una richiesta (n° 14967/89) diretta contro la Repubblica Italiana e dalla quale quaranta cittadine di questo Stato avevano adito la Commissione il 18 ottobre 1988 in virtù dell'art. 25.


La lista delle Ricorrenti si costituisce così:


Le Signore:

Anna Maria Guerra , Rosa Anna Lombardi
Grazia Santamaria , Addolorata Caterina Addobbo
Anna Maria Virgata , Antonietta Mancini
Maria Di Lella , Michelina Berardinetti

Maria Rosa Porcu, Anna Maria Lanzetta

Grazia Lagattolla, Renata Maria Pilati

Apollonia Rinaldi, Raffaella Ciuffreda

Raffaella Lauriola , Diana Gismondi

Filomena Totaro, Giulia De Feudis

Sipontina Santoro, Maria De Filippo

Maria Lucia Rita Colavelli Tattilo

Irene Prencipe, Vittoria De Salvia

Anna Totaro, Maria Telera

Grazia Telera, Nicoletta Lupoli

Lisa Schettino, Maria Rosaria De Vico

Gioia Quitadamo, Elisa Anna Castriotta

Giuseppina Rinaldi , Antonia Iliana Titta

Giovanna Gelsomino , Rosa Anna Giordano

Concetta Trotta, Anna Maria Trufini

Angela Di Tullio, Anna Maria Giordano

Raffaella Rinaldi

La domanda della Commissione rinvia agli artt. 44 e 48 (così) come alla dichiarazione italiana che riconosce la giurisdizione ne obbligatoria della Corte (art. 46). La domanda suddetta ha per oggetto di ottenere una decisione sul punto di sapere se i fatti della causa rivelano una trasgressione dello Stato convenuto alle esigenze dell'art. 10 della Convenzione.

2.‑ Il 4 ottobre 1996, le Ricorrenti hanno designato il loro consulente‑legale (art. 31) che il Presidente della Camera ha autorizzato ad usare la lingua italiana (art. 28 paragrafo 3 ).

3.‑ La Camera che si andava a costituire comprendeva di pieno diritto il Sig. Carlo RUSSO, giudice eletto di nazionalità italiana (art. 43 della Convenzione),e il Sig. R. Bernhadt, vicepresidente della Corte (art. 21 paragr. 4 del regolamento B). Il 17 settembre 1996 , il presidente della Corte , il Sig. R. Ryssdal, estraeva a sorte il nome di 7 altri membri, da sapere (cioè) il Sig. F. Matscher, il Sig. A. Spielmann, Sir John Freeland, il Sig. M. A. Lopes Rocha, il Sig. J. Makazczyk, il Sig. J. Casadevall e il Sig. P. Van Dijk, in presenza del cancelliere (articoli 43 ‑ proposizione finale ‑ della Convenzione e 21 paragr. 5 del regolamento B).

4.‑ Nella sua qualità di presidente della Camera (art. 21 paragr. 6 del regolamento B), M. Bernhadt ha consultato , tramite il cancelliere, l'agente del governo italiano ("il Governo"), il consulente ‑ legale delle Ricorrenti e il delegato della Commissione riguardo all'organizzazione della procedura ( art. 39 paragr. 1 e 40). Conformemente all'ordinanza emanata di conseguenza, il cancelliere ha ricevuto le memorie delle Ricorrenti e del governo il 14 e il 16 aprile 1997 rispettivamente.

5.‑ IL 29 aprile 1997, la Commissione ha prodotto il dossier della procedura seguita davanti ad essa; il cancelliere l'aveva invitata (a farlo) sulle istruzioni del presidente.

6.‑ Come ne aveva deciso quest'ultimo, i dibattiti si sono svolti in pubblico il 27 ma io 1997 , al Palazzo dei Diritti del La Corte aveva tenuto prima una riunione preparatoria.

Sono comparsi:

‑ per il Governo

i Signori G‑RAIMONDI, magistrato distaccato al servizio del contenzioso diplomatico del Ministero degli Affari Esteri;

G. SABBEONE , magistrato distaccato al gabinetto legislativo del Ministero della Giustizia;

‑ per la Commissione

il Signor I CABRAL BARRETO;

‑ per le Ricorrenti

la Signorina NELLA SANTILLI, GIURISTA.

La Corte ha ascoltato nelle loro arringhe M. Cabral Barreto la Signorina Santilli, M. Sabbeone e M. Raimondi.

7.‑ Il 3 giugno 1997, la Camera ha deciso di sciogliersi con ef­fetto immediato a profitto di una grande Camera ( articolo 53 paragr. 1 del regolamento B).

8.‑ La grande camera da costituire comprendeva di pieno diritto M. Ryssdal, presidente della Corte, M. Bernhadt , Vicepresidente, gli altri membri della camera tolta (cioè la precedente) cosi come i giudici supplenti di quella da sapere i Sig. P. Kuzts, G. Mifsud Bonnici , Thòr Vilhjàlmssan e B. Repik (art. 53 paragr. 2a e b). Il 3 luglio 1997, il presidente ha estratto a sorte, in presenza di un cancelliere, il nome di 7 giudici supplementari chiamati a completare la grande camera, da sapere M. F. Gölcüklü, M.B. Walsh, M.R. Macdonald , la Signora sE. Palm, M.A.N. Loizou, M.P. Jambreck e M. E. Levits (articolo 53 paragrafo 2c).

9.‑ Il 29 luglio 1997, il presidente ha autorizzato il delegato della Commissione a presentare delle osservazioni sulle domande di equa soddisfazione delle Ricorrenti. Le dette osservazioni sono pervenute al cancelliere il 19 settembre 1997.

10.‑ Dopo aver consultato l'agente del Governo, la rappresentante delle Ricorrenti e il delegato della Commissione, la grande camera aveva deciso, il 28 agosto 1997 che non vi era motivo di tenere una nuova udienza in seguito allo scioglimento della camera (articolo 40 combinato con l'articolo 53 paragrafo 6).

11.‑ M. Ryssdal che impedito a partecipare alla deliberazione del 27 gennaio 1998, M. Bernhardt lo ha sostituito alla presidenza della grande camera (articolo 21 paragrafo 6 combinato con l'articolo 53 paragr. 6).

‑ NEL FATTO ‑

I. LE CIRCOSTANZE DELLA FATTISPECIE

A. Lo Stabilimento Enichem ‑ Agricoltura

12‑ Le Ricorrenti risiedono tutte nel Comune di Manfredonia (Foggia) situato ad un chilometro circa dallo stabilimento chimico della società omonima Enichem ‑ Agricoltura, impiantata sul territorio del Comune di Monte S. Angelo.

13.‑ Nel 1988, lo stabilimento, che produce dei fertilizzanti e del caprolattame (composto chimico che deriva dalla policondensazione di un poliammide utilizzato per fabbricare delle fibre sintetiche come il nylon),fu classificato ad alto rischio in applicazione dei criteri accolti dal decreto del presidente della Repubblica del 18 maggio 1988 n° 175 ("DPR 175/88'"), che aveva trasferito nel diritto italiano la direttiva 82/501/CEE del Consiglio della Comunità Europea ( direttiva "SEVE i rischi di incidenti maggiori legati a corte attività industriali dannose per l'ambiente e il benessere delle popolazioni interessate.

14.‑ Secondo le Ricorrenti, non contraddette dal Governo, nel corso del suo ciclo di produzione lo stabilimento avrebbe liberato delle grandi quantità di gas infiammabile ‑ ciò avrebbe potuto provocare delle reazioni chimiche esplosive che liberano delle sostanze altamente tossiche ‑, come l'anidride solforica, l'ossido di azoto, il sodio, l'ammoniaca, l'idrogeno metallico, l'acido benzoico e soprattutto l'anidride di arsenico.

15.‑ Degli incidenti di funzionamento si erano, in effetti, già prodotti nel passato, il più grave è stato quello del 26 settembre 1976 quando l'esplosione della torre di lavaggio dei gas di sintesi di ammoniaca ha lasciato sfuggire molte tonnellate di soluzione di carbonato e di bicarbonato di potassio, contenente dell'anidride di arsenico. In questa occasione, 150 persone hanno dovuto essere ricoverate a causa di una intossicazione acuta di arsenico.

16.‑ Peraltro, in un rapporto dell'8 dicembre 1988,una commissione tecnica nominata dal Comune di Manfredonia stabilisce in particolare, che a causa della posizione geografica dello stabilimento, le emissioni di sostanze nell'atmosfera erano spesso canalizzate verso la città. Il rapporto chiedeva che si tenesse conto di un rifiuto dello stabilimento ad una ispezione della detta commissione e del fatto che dopo i risultati di uno studio condotto dallo stabilimento stesso, le installazioni di trattamento dei fumi erano insufficienti e lo studio di impatto ambientale era incompleto.

17.‑ Nel 1989, lo stabilimento ha limitato la sua attività alla pro duzione di fertilizzanti, ciò che ha giustificato il suo mantenimento nella categoria degli stabilimenti dannosi considerati dal DPR 175/88.

Nel 1993, i Ministeri dell'Ambiente e della Salute hanno adottato congiuntamente un decreto che prescrive delle misure da adottare da parte dello stabilimento al fine di migliorare la sicurezza della produzione di caprolattame , la sicurezza di questa (paragrafo 27 qui di seguito).

18‑ Nel 1994, lo stabilimento ha fermato definitivamente la produzione di fertilizzanti. Solo una centrale termoelettrica e del le installazioni di trattamento delle acque primarie e secondarie continuano a funzionare.

B. I Procedimenti Penali

1) Davanti al giudice di 1° grado di Foggia

19.‑ IL 13 novembre 1985, 420 abitanti di Manfredonia (fra i quali figurano le Ricorrenti) hanno adito il giudice di primo grado (pretore) di Foggia denunciando la presenza nell'atmosfera di fumi di scappamento provenienti dallo stabilimento e la cui composizione chimica e il grado di tossicità non erano conosciuti. Sette amministratori della società incriminata hanno costituito l'oggetto di una procedura penale per delle infrazioni legate a delle emissioni inquinanti dello stabilimento e al non‑rispetto di molte norme concernenti la protezione dell'ambiente.
Nella sua decisione del 16 luglio 1991, il giudice non ha inflitto alcuna pena agli incolpati ‑ sia per causa di amnistia o prescrizione , sia per pagamento immediato di una ammenda (oblazione) ‑ tranne a due amministratori. Questi ultimi furono condannati a 5 mesi di detenzione e a due milioni di lire di ammenda, così come alla riparazione dei danni civili , per avere fatto costruire delle discariche senza aver ottenuto previamente l'autorizzazione necessaria, in violazione delle disposizioni considerate pertinenti del DPR 915/82 in materia di eliminazione dei rifiuti.

2) Davanti alla Corte di Appello di Bari.

20.‑ Deliberante sull'appello interposto dai due amministratori condannati così come dall'organismo pubblico per l'elettricità (ENEL) e dal Comune di Manfredonia, che si erano costituiti parti civili, la Corte di Appello di Bar:! ha liberato gli appellanti il 29 aprile 1992, per l'eccedenza della decisione impugnata. La giurisdizione ha ritenuto che gli errori nella gestione dei rifiuti, rimproverati agli interessati dovevano in realtà essere attribuiti ai ritardi e alle incertezze nell'adozione e nell'interpretazione in particolare da parte della Regione Puglia, delle norme di applicazione del DPR 915/82. L’esistenza di un danno risarcibile era di conseguenza da escludere.

C. L'atteggiamento delle autorità competenti.

21.‑ Un comitato paritario Stato ‑ Regione della Puglia fu creato presso il Ministero dell'Ambiente per dare seguito alla direttiva Seveso.

Questo comitato ha ordinato un'inchiesta tecnica affidata ad una commissione istituita con un decreto del Ministero dell'Ambiente del 19 giugno 1989 con il seguente incarico:

a.) fare il punto sulla conformità dello stabilimento alle regole decretate in materia di ambiente , per quanto riguarda lo scarico delle acque secondarie ( o consumate), il trattamento dei rifiuti liquidi e solidi, le emanazioni di gas e l'inquinamento sonoro, così come sugli aspetti relativi alla sicurezza; verificare lo stato delle autorizzazioni concesse allo stabilimento a questo effetto;

b.) fare il punto sulla compatibilità dell'impianto dello stabilimento con il suo ambiente avendo riguardo in particolare ai problemi della protezione della salute della popolazione, della fauna e della flora, e ai problemi di pianificazione corretta regionale del territorio;

c.) suggerire le azioni da intraprendere per acquisire tutti i dati adatti a. colmare le lacune che sarebbero apparse per lo studio dei punti: a.) eb.) e indicare le misure da attuare per la protezione dell'ambiente.

22.‑ Il 6 luglio 1989, in applicazione dell'art. 5 del DPR 175/88, lo stabilimento ha comunicato il rapporto di sicurezza.

23.- Il 24 luglio 1989, la Commissione ha presentato il suo rappor­to che fu trasmesso al comitato paritario Stato ‑ Regione. Que­sto ha formulato le sue conclusioni il 6 luglio 1990, che fissano al 30 dicembre la data di consegna al Ministro dell'Am­biente del rapporto previsto dall'art. 18 del DPR 175/88 sui rischi di incidenti maggiori. Esso raccomandava peraltro:
a.) la realizzazione di studi sulla compatibilità dello stabilimento con l'ambiente e sulla sicurezza dell’insediamento, di analisi complementari sugli scenari di catastrofe e sulla preparazione e la messa a posto dei piani di intervento d'urgenza;
b.) un certo numero di modificazioni da apportare in vista di ridurre in modo drastico le emissioni di sostanze nel­l'atmosfera e di migliorare il trattamento delle acque se­condarie (o consumate),di apportare i cambiamenti tecnici
radicali nei cicli di produzione dell'urea e dell'azoto, la realizzazione di studi sull'inquinamento del sottosuo­lo e sull'assisa idrologica dello stabilimento.
Il termine previsto per queste realizzazioni era di 3 anni. IL rapporto sottolineava anche la necessità di risolvere il problema della combustione: dei liquidi e della rivitalizzazione dei sali di soda.

Il Comitato ha domandato egualmente la creazione , prima del 30 dicembre 1990, di un centro pubblico di igiene in­dustriale avente compito di controllare periodicamente le condizioni di igiene e di rispetto dell'ambiente da parte dell'impresa e di servire da osservatorio epidemiologico.

24.‑ I problemi collegati al funzionamento dello stabilimento è stato l'oggetto, il 20 giugno 1989, di una questione parlamentare al Ministro dell'Ambiente, e il 7 novembre 1989, in seno al parlamento europeo, di una questione alla Commissione della Comunità Europea.
In risposta a quest'ultima, il commissario competente ha indicato:

1.) che la società Enichem aveva inviato al governo ita­liano il rapporto richiesto sulla sicurezza delle installazioni , conformante all'articolo 5 del DPR 175/88;

2.) che sulla base di questo rapporto, il detto governo aveva proceduto all'istruzione dell'affare come pre­visto all'art. 18 del DPR 175/88 al fine di controllare la sicurezza delle installazioni e , all'occorrenza, di indicare le misure supplementari di sicurezza che si dimostrerebbero necessarie;

3.) che per quanto riguarda l'applicazione della direttiva Seveso, il Governo aveva preso a riguardo dello stabilimento le misure richieste.

D. Le Misure di Informazione della Popolazione.

25.‑ Gli articoli 11 e 17 del DPR 175/88, prevedono l'obbligazione, a carico del sindaco e del prefetto competenti, di informare la popolazione interessata sui rischi collegati all'attività industriale in questione, le misure di sicurezza adottate, i piani d'urgenza preparati e la procedura da seguire in caso di incidente.

26.‑ Il 2 ottobre 1992, il Comitato di coordinamento delle attività di sicurezza in materia industriale ha formulato il suo parere sul piano d'urgenza che era stato preparato dal prefetto di Foggia, conformemente all'art. 17 paragrafo 1 del DPR 175/88. Il 3 agosto 1993, questo piano fu trasmesso al comitato competente del servizio per la protezione civile. In una lettera del 12 agosto 1993, il sottosegretario del detto servizio ha assicurato il prefetto di Foggia che il piano sarebbe stato sottomesso a breve termine al Comitato di coordinamento per il parere e ha espresso l'augurio che esso potesse essere reso operativo il più presto possibile, tenuto conto delle questioni delicate collegate alla pianificazione d'urgenza.

27.- Il 14 settembre 1993 ,conformemente all'articolo 19 del DPR 175/88, i Ministeri dell'Ambiente e della Salute hanno adottato congiuntamente le conclusioni sul rapporto di sicurezza presentato dallo stabilimento nel luglio 1989. Queste prescrivevano una serie di miglioramenti da apportare alle installazioni, contemporaneamente per quanto riguardava la produzione di caprolattame (paragrafo 17 di cui sopra). Esse davano al prefetto delle indicazioni concernenti il piano d'urgenza di sua competenza e le misure di informazione della popolazione prescritte dall'art. 17 del detto DPR.

Tuttavia, in una corrispondenza del 7 dicembre 1995, alla Commissione Europea dei Diritti dell'Uomo, il sindaco di Monte S. Angelo ha affermato che a questa data ultima, l'istruzione in vista delle conclusioni previste dall'art. 19 si proseguiva e che nessun documento concernente queste conclusioni era a lui pervenuto. Egli precisava che il Comune attendeva sempre di ricevere le direttive del servizio della protezione civile al fine di stabilire le misure di sicurezza da prendere le regole da seguire in caso di incidente e da comunicare alla popolazione, e che le misure che mirano alla informazione della popolazione sarebbero state prese subito dopo le conclusioni dell'istruzione, nell'ipotesi di una ripresa della riproduzione dello stabilimento.

II. IL DIRITTO INTERNO PERTINENTE.

28‑ Per quanto concerne le obbligazioni di informazione in materia di sicurezza per l'ambiente e per le popolazioni interessate, l'art. 5 del DPR 175/88 prevede che l'impresa che esercita delle attività dannose deve notificare ai ministeri dell'Ambiente e della Salute un rapporto contenente in particola re delle informazioni dettagliate sulla sua attività, i piani d'urgenza in caso di incidente maggiore, le persone incaricate di eseguire questo piano, così come le misure adottate dal l'impresa per ridurre i rischi per l'ambiente e per la salute pubblica. Peraltro, l'art. 21 del DPR 175/88 prevede una pena che può andare fino ad una anno di detenzione per ogni imprenditore che omesso di procedere alla comunicazione prevista dall'articolo 5.

29‑ All'epoca dei fatti, l'articolo 11 paragrafo 3 del DPR 175/88 prevedeva che il sindaco doveva informare il pubblico su:

a.) il procedimento di produzione;

b.) le sostanze presenti e la loro quantità;

c.) i rischi possibili per gli impiegati e gli operai dello stabilimento, per la popolazione e per l'ambiente;

d.) le conclusioni sul rapporto sulla sicurezza dello stabili mento notificato da quest'ultimo al senso dell'art.5, cosi come sulle misure complementari previste dall'art. 19;

e.) le misure di sicurezza e le regole da seguire in caso di incidente.

D'altra parte, il paragr. 2 dello stesso articolo precisava che al fine di assicurare la protezione dei segreti industriali, ogni persona incaricata di esaminare i rapporti o le informazioni di cui essa aveva avuto conoscenza.

30.‑ L'art. 11 paragrafo 1 disponeva che i dati e le informazioni relative alle attività industriali raccolte in applicazione del DPR 175/88 non potevano essere utilizzati che per gli scopi per i quali esse erano state domandate.

Questa disposizione è stata in parte modificata dal decreto legge n°461 dell'8 novembre 1995 e prevede, nel suo paragr. 2, che il divieto di divulgazione derivante dal segreto industriale è escluso per certe informazioni, da sapere quelle con tenute in una scheda di informazione che deve essere redatta ed inviata al ministero dell'Ambiente e al comitato tecnico regionale o interregionale dall'impresa interessata.

Le obbligazioni di informazione a carico del sindaco restano in ogni caso immutate, e figurano sempre al paragrafo 4.

31.‑ L'articolo 17 del DPR 175/88 prevede certe obbligazioni di informazione egualmente a carico del prefetto. In particolare, il paragrafo 1 di questa disposizione (oggi divenuto 1 bis) dispone che il prefetto deve preparare un piano d'urgenza, sul la base delle informazioni fornite dallo stabilimento interessato e il comitato di coordinamento delle attività di sicurezza in materia industriale, che deve essere comunicato in conseguenza al Ministero dell'Interno e al servizio per la sicurezza civile. IL paragrafo esige poi dal prefetto che dopo aver preparato il piano d'urgenza, egli informi in modo adeguato la popolazione interessata sui rischi derivanti dall'attività, sulle misure di sicurezza adottate al fine di prevenire un incidente maggiore, sulle misure d'urgenza previste all'esterno dello stabilimento in caso di incidente maggiore e sulle norme da seguire in caso di incidente. Le modificazioni apportate a questo articolo dal decreto legge menzionato qui sopra consistano in particolare nell'aggiunta di un nuovo paragrafo 1, che prevede che il servizio per la protezione ci vile deve stabilire i criteri di riferimento per la pianificazione d'urgenza e l'adozione delle misure di informazione del pubblico da parte del prefetto, così come nell'abrogazione del paragrafo 3, che disponeva che le misure di informazione previste dal paragrafo 2 dovevano essere comunicate ai Ministeri dell'Ambiente e della Salute, così come alle regioni interessate.

32.‑ L'articolo 14 paragrafo 3 della legge n°349 dell'8 luglio 1986, che ha istituito in Italia il Ministero dell'Ambiente e introduceva nello stesso tempo le prime regole in materia di pregiudizio per l'ambiente, prevede che chiunque ha il diritto di accedere alle informazioni sullo stato dell'ambiente disponibili, conformemente alle leggi in vigore , presso l'amministrazione, e può ottenerne copia contro rimborso delle spese.

33.‑ In una sentenza del 21 novembre 1991 (n° 476), il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Sicilia (Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana), che per questa regione funge da Consiglio di Stato, ha stabilito che la nozione di informazioni sullo stato dell'ambiente include tutte le informazioni concernenti l'habitat nel quale vive l'uomo e che si riferiscono ad elementi che assumono un certo interesse per la collettività. Fondandosi su simili criteri, il Consiglio di Giustizia amministrativa ha ritenuto ingiustificato il rifiuto di un Comune di permettere ad un privato cittadino di ottenere una copia dei risultati delle analisi sul carattere potabile o no delle acque del territorio di un Comune.

III. I LAVORI DEL CONSIGLIO D'EUROPA.

34.‑ Fra i differenti documenti adottati dal Consiglio d'Europa nel campo in causa nel presente caso giuridico, è il caso di citare in particolare la risoluzione 1087 (1996) dell'Assemblea parlamentare, relativa alle conseguenze dell'incidente di Chernobyl e adottata il 26 aprile 1996 (sedicesima seduta). Riferentesi non solamente al campo dei rischi collegati alla produzione e alla utilizzazione dell'energia nucleare nel settore civile ma anche ad altri campi, questa risoluzione enuncia che "l'accesso del pubblico ad un'informazione chiara ed esaustiva (...) deve essere considerata come uno dei diritti fondamentali della persona".

‑ PROCEDURA DAVANTI LA COMMISSIONE ‑

35.‑ Le Ricorrenti hanno adito la Commissione il 18 ottobre 1988. Invocanti l'art. 2 della Convenzione, esse adducevano che l'assenza di misure concrete, in particolare per diminuire l'inquinamento e i rischi di incidenti maggiori collegati all'attività dello stabilimento, attaccava il rispetto della loro vita e della loro integrità fisica. Esse si lamentavano anche del fatto che la non‑adozione da parte delle autorità competenti delle misure di informazione sui rischi incorsi dalla popolazione e le misure da prendersi in caso di incidente maggiore, previste in particolare dagli articoli 11 paragrafo 3 e 17 paragrafo 2 del decreto del presidente della Repubblica n° 175/88, non riconosceva il loro diritto alla libertà di in formazione garantito dall'art. 10.

36.‑ La Commissione ha accolto la richiesta ( n°14967/89 ) il 6 luglio 1995 quanto alla lamentela ricavata dall'art. 10 e l'ha rigettata per l'eccedenza.

Nel suo rapporto del 29 giugno 1996 (art.31), essa conclude, con 21 voti contro 8 , che si e avuta violazione di questa disposizione. IL testo integrale del suo parere e di 3 opinioni dissidenti che l'accompagnano figura in allegato alla presente sentenza.

* Nota del cancelliere: per delle ragioni di ordine pratico esso non figurerà che nell'edizione stampata (Raccolta delle sentenze e decisioni 1998), ma ognuno può procurarselo presso il cancelliere.

‑ CONCLUSIONI PRESENTATE ALLA CORTE ‑

37.‑ IL Governo concluse la sua memoria invitando la Corte, a titolo principale, a rigettare la richiesta per il non‑esaurimento delle vie di ricorso interne e, sussidiariamente, a giudicare che non si è avuta violazione dell'articolo 10 della Convenzione.

38.‑ All'udienza, la consulente legale delle Ricorrenti ha domandato alla Corte di giudicare che si è avuta violazione degli articoli 10, 8 e 2 della Convenzione e di attribuire alle sue clienti una soddisfazione equa.

‑ IN DIRITTO ‑

I. SULL'OGGETTO DELLA CONTROVERSIA.

39.‑ Davanti la Commissione, le ricorrenti hanno presentato 2 lamentele. Esse si lamentavano in primo luogo della non‑adozione, da parte delle autorità pubbliche, di azioni idonee a diminuire l'inquinamento dello stabilimento chimico Enichem agricoltura di Manfredonia e ad evitare i rischi di incidenti maggiori; esse affermavano che questa situazione attentava al loro diritto al rispetto della loro vita e della loro integrità fisica garantita dall'art. 2 della Convenzione. Esse denunciavano poi la non‑adozione, da parte dello Stato italiano, delle misure di informazione sui rischi incorsi e i comportamenti da adottare in caso di incidente maggiore previsti dagli articoli 11 paragrafo 3 e 17 paragrafo. del decreto del presidente della Repubblica n°175/88 ("il DPR n°175/88"); esse ne deducevano un violazione del loro diritto alla libertà di informazione menzionato dall'art. 10 della Convenzione.

40.‑ IL 6 luglio 1995, la Commissione, a maggioranza ha accolto la eccezione preliminare di non‑esaurimento sollevata dal Governo riguardo al primo punto e ha ritenuto la parte restante della richiesta "tutti mezzi di fondo riservati".

Nel suo rapporto del 25 giugno 1996, essa ha ritenuto il caso giuridico sotto l'angolo dell'art. 10 della Convenzione e ha considerato questa disposizione applicabile e violata per ?1 motivo che almeno fra l'adozione del DPR n° 175/88, nel maggio 1988, e la cessazione della produzione di fertilizzanti , nel 1994, le autorità competenti avevano il dovere di prendere le misure necessarie affinché le ricorrenti, che risiedevano tutte in una zona ad alto rischio potessero " ricevere un'informazione adeguata sulle questioni interessanti la protezione del loro ambiente.
Otto membri della Commissione hanno espresso il loro disaccordo in 3 opinioni dissidenti, di cui 2 mettono in evidenza la possibilità di un approccio diverso della controversia, fonda sull'applicabilità dell'art. 8 della Convenzione.

41.‑ Le interessate hanno, nella loro memoria alla Corte e in seguito all'udienza, invocato anche gli articoli 8 e 2 della Convenzione adducendo che la mancanza delle informazioni in questione ha trasgredito il loro diritto al rispetto della loro vita privata e familiare e il loro diritto alla vita.

42.‑ Davanti alla Corte, il delegato della Commissione si è limitato a confermare la conclusione del rapporto (da sapere la violazione dell'art. 10), mentre il Governo ha dichiarato che le lamentele relative agli articoli 8 e 2 oltrepassano il quadro delineato sulla ricevibilità.

E' il caso dunque di determinare innanzitutto i limiti della competenza in ragione della materia.

43.‑ La Corte sottolinea dapprima che la sua competenza "si estende a tutti gli affari concernenti l’interpretazione e l'applicazione della (...) Convenzione che gli vengono sottomessi nelle condizioni previste dall'articolo 48 " ( art. 45 della Convenzione come modificato dal Protocollo n°9) e che " In caso di contestazione sul punto di sapere se la Corte è competente, la Corte decide (art. 49).

44.‑ Essa ricorda quindi che, amante della qualificazione giuridica dei fatti della causa, essa non si considera come vincolata da quella qualificazione giuridica che ai fatti della causa attribuiscono i richiedenti (gli attori), i governi o la Commissione. In virtù del principio il diritto rinnova quanto stabilito, le deliberazioni, jura novit curia, essa ha per esempio studiato d'ufficio più di una lamentela sotto l'angolo di un articolo o paragrafo che non avevano invocato i comparenti, e persino sotto l'angolo di una clausola al riguardo della quale la Commissione l'aveva dichiarato irricevibile, ritenendolo ricevibile nell'ambito di un'altra.

Una lamentela si caratterizza dai fatti che denuncia e non per i semplici mezzi o argomenti di diritto invocati (vedere sentenza Powell e Raynerc. RoyaumeUni del 21 febbraio 1990, serie A n° 172, p.13, par. 29).

La pienezza della sua giurisdizione non si estende che nei limiti dell' "affare", i quali sono fissati dalla decisione di ricevibilità della richiesta. All'interno di un quadro così tracciato, la Corte può trattare ogni questione di fatto o di diritto che sorge durante l'istanza introdotta davanti ad essa (vedere, fra molte altre , la sentenza Philis c. Gréce (n°1) del 27 agosto 1991, serie A n° 209, p.19, paragrafo 56).

45.‑ Nella specie, i mezzi tratti dagli articoli 8 e 2 non figuravano espressamente nella richiesta e nelle memorie iniziali delle interessate davanti alla Commissione . Essi presentano tuttavia una connessione manifesta con quello che ivi si trovava esposto, l'informazione delle ricorrenti, che risiedono tutte ad un chilometro appena dallo stabilimento, che poteva avere delle ripercussioni sulla loro vita privata e familiare e la loro integrità fisica.

46.‑ A riguardo di ciò che precede così come al testo della decisione della Commissione sulla ricevibilità, la Corte ritiene di poter disporsi sul campo degli articoli 8 e 2 della Convenzione inoltre dell'articolo 10.

II SULLA VIOLAZIONE ALLEGATA DELL'ART. 10 DELLA CONVENZIONE

47.‑ Le Richiedenti si sostengono vittime di una violazione del della Convenzione, così formulato:

1.) Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà d'opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza ingerenza alcuna da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiera. Il presente articolo non impedisce che gli Stati sottopongano a un regime di autorizzazione le imprese di radiodiffusione, di cinema o di televisione.

2.) L'esercizio di questa libertà, comportando doveri e responsabilità, può essere sottoposto a determinate formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni previste dalla legge e costituenti misure necessarie in una società democratica, per la sicurezza nazionale, l'integrità territoriale o l'ordine pubblico, la prevenzione della salute e della morale, la protezione della reputazione o dei diritti altrui, o per impedire la divulgazione di informazioni confidenziali o per garantire l'autorità e la imparzialità del potere giudiziario.

La violazione derivava dalla non ‑ adozione da parte delle autorità competenti delle misure di informazione della popolazione sui rischi incorsi e sulle misure da prendere in caso di incidente collegato all'attività dello stabilimento.

A. Sull'Eccezione Preliminare Del Governo.

48.‑ IL governo solleva, come già davanti alla Commissione, una eccezione di non ‑ esaurimento delle vie di ricorsi interne arti colata in 2 branche.
La prima poggia sul ricorso per direttissima previsto dal del codice di colata in 2 branche.
La prima poggia sul ricorso per direttissima previsto dal del codice di procedura civile. Se i richiedenti temevano una danno immediato collegato all'attività dello stabilimento, esse avrebbero potuto e dovuto adire il giudice al fine di ottenere una decisione che avrebbe loro immediatamente permesso di proteggere il loro diritto. Il governo riconosceva di non poter fornire degli esempi di applicazione di questa disposizione dei casi analoghi, ma esso afferma che a prescindere dalla possibilità di utilizzare questa disposizione contro il potere pubblico, l'art. 700 può a colpo sicuro essere utilizzato nei confronti di uno stabilimento quando, come sarebbe questo caso nella fattispecie, questo non ha preparato il rapporto di sicurezza preteso dall'art. 5 del DPR n°175/88 (paragrafo 28 qui sopra).

La seconda branca poggia sulla circostanza che i richiedenti non hanno adito il giudice penale per lamentarsi della mancanza delle informazioni pertinenti, in particolare da parte del lo stabilimento, l'art. 21 del DPR su menzionato che sancisce in diritto penale questo tipo di omissione.

49.‑ Secondo la Corte, nessuno dei due ricorsi avrebbe permesso di raggiungere lo scopo mirato dalle interessate.
Anche se il Governo non ha potuto provare l'efficacia del ricorso per direttissima, il contenzioso collegato all'ambiente che nel campo in questione non ha ancora prodotto giurisprudenza, l’art. 700 del codice di procedura civile sarebbe stato un rimedio utilizzabile se la lamentela delle interessate avesse poggiato sull'assenza di misure miranti alla riduzione o all'eliminazione dell'inquinamento; tale è stata del resto la conclusione della Commissione allo stadio della ricevibilità della richiesta (paragrafo 40 qui sopra). Nella fattispecie, si trattava in realtà dell'assenza d'informazioni sui rischi incorsi e sulle misure da prendere in caso di incidente, quando il ricorso per direttissima avrebbe verosimilmente portato alla sospensione dell'attività dello stabilimento.

Quanto al lato penale, il rapporto di sicurezza è stato trasmesso dallo stabilimento il 6 luglio 1989 ( paragrafo 29 qui sopra ) e questo ricorso avrebbe potuto al massimo finire con la condanna dei responsabili dello stabilimento, ma certamente non con la comunicazione delle informazioni alle ricorrenti. E'. il caso dunque di respingere l'eccezione.

B. Sulla Fondatezza Della Lamentela.

50.‑ Resta da sapere se l'articolo 10 della Convenzione è applicabile ed è stato violato.

51.‑ Secondo il Governo, questa disposizione si limita a garantire la libertà di ricevere le informazioni senza intralcio da par te di uno Stato e non impone alcuna obbligazione positiva. Lo testimoniava il fatto che la risoluzione n°1087 dell'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa e la direttiva 90/313/CEE del Consiglio della Comunità Europea, relative ai rischi che possono derivare da certe attività industriali dannose, non parlano di un diritto ma di un semplice, accesso all'informazione. Se un'obbligazione positiva di informare esisteva, essa sarebbe "estremamente difficile da mettere in opera" perché occorrerebbe determinare le modalità e il momento della divulgazione delle informazioni così come le autorità responsabili di questa (obbligazione positiva di informare) e i suoi destinatari.

52.- Con le Richiedenti, la Commissione ritiene che l'informazione del pubblico rappresenta ormai uno degli strumenti essenziali di protezione del benessere e della salute della popolazione nelle situazioni di pericolo per l'ambiente. Di conseguenza, le parole "questo diritto comprende (...) la libertà di ricevere (...) le informazioni, contenute al paragrafo 1 dell'articolo 10, dovrebbero interpretarsi come attribuenti un vero diritto a ricevere delle informazioni, in particolare da parte delle amministrazioni competenti, in capo alle persone appartenenti alle popolazioni che sono state o potevano essere colpite da un'attività industriale, o di un'altra natura, pericolala per l'ambiente.
L'articolo 10 imporrebbe agli Stati non solamente di rendere accessibili al pubblico le informazioni in materia di ambiente, esigenza alla quale il diritto italiano sembra poter già rispondere, in particolare in virtù dell'art. 14 paragrafo 3 della legge n° 349, ma anche imporrebbe delle obbligazioni positive di raccolta, di elaborazione e di diffusione di queste informazioni che, per loro natura, non potrebbero essere altrimenti portate alla conoscenza del pubblico. La protezione assicurata dall'articolo 10 giocherebbe dunque un ruolo preventivo a riguardo delle violazioni potenziali della Convenzione in caso di attentati gravi all'ambiente, questa ­disposizione che entra in gioco anche prima che un attentato diretto ad altri diritti fondamentali – come il diritto alla vita o quello al rispetto della vita privata e familiare – non si produca.

53.‑ La Corte non sottoscrive questa tesi. L'esistenza di un diritto per il pubblico di ricevere le informazioni è stato molte volte riconosciuto da essa negli affari relativi alle restrizioni alla libertà di stampa, come corollario della funzione propria dei giornalisti di diffondere le informazioni o le idee sulle questioni di interesse pubblico (vedere, per esempio, le sentenze Observer e Guardian c. Royaume‑Uni del 26 novembre 1991, serie A n°216, p.30, paragrafo 59 b) , e Thorgeirson c. Islande del 25 giugno 1992, serie A n° 239, p.27, paragrafo 63). Le circostanze della fattispecie si distinguono tuttavia nettamente da quelle dei casi giuridici su menzionati perché le richiedenti si lamentano di una disfunzione del sistema instaurato dal DPR n°175/88, che aveva trasferito nel diritto italiano la direttiva 82/501/CEE del Consiglio della Comunità Europea (direttiva "SEVESO"), concernente i rischi di incidenti maggiori collegati a certe attività industriali pericolose per l'ambiente e il benessere delle popolazioni interessate. In effetti, se è vero che il prefetto di Foggia ha predisposto il piano d'urgenza sulla base di un rapporto fornito dallo stabilimento e che questo piano fu comunicato al servizio della protezione civile il 3 agosto 1993 , a tutt'oggi le richiedenti non hanno ricevuto le informazioni controverse (paragrafi 26 e 27 qui sopra).

La Corte ricorda che la libertà di ricevere le informazioni, menzionata al paragr. 2 dell'art. 10 della Convenzione, " vieta essenzialmente ad un governo di impedire di ricevere le informazioni cui altri aspirano o possono autorizzare a lui di fornire (sentenza Leander c. Suéde del 26 marzo 1987 , serie A n°116, p.29, paragrafo 74). La detta libertà non potrebbe comprendersi come imponente ad uno Stato nelle circostanze come quelle della fattispecie, le obbligazioni positive di raccolta e di diffusione, si sua spontanea volontà, delle informazioni.

54.- In conclusione, l'articolo 10 non si applica nella fattispecie.

55.- Alla luce del paragrafo 45 qui sopra, occorre esaminare il caso giuridico sotto l'angolo dell'articolo 8 della Convenzione.

III SULLA VIOLAZIONE ADDOTTA DELL'ARTICOLO 8 DELLA CONVENZIONE.

56.‑ Le Richiedenti si sostengono davanti alla Corte , sulla base degli stessi fatti, vittime di una violazione dell'articolo 8 della Convenzione, così formulato:

1.) Ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza.

2.) Non può esservi ingerenza della pubblica autorità nell'esercizio di tale diritto se non in quanto tale ingerenza sia prevista dalla legge e in quanto costituisca una misura che, in una società democratica è necessaria per la sicurezza nazionale, l'ordine pubblico , il benessere economico del paese, la prevenzione dei reati, la protezione della salute e della morale, o la protezione dei diritti e nelle libertà altrui.

57.‑ La Corte ha per compito di ricercare se l'art. 8 della Convenzione si applica ed è stato violato.
Essa tiene presente che le interessate risiedono tutte a Manfredonia, ad un chilometro circa dallo stabilimento in questione che, a causa della sua produzione di fertilizzanti e di caprolattame, è stato classificato ad alto rischio nel 1988, in applicazione dei criteri accolti dal DPR n°175 /88.

Nel corso del suo ciclo di produzione lo stabilimento ha liberato delle grandi quantità di gas infiammabile così come altre sostanze nocive tra cui l'anidride di arsenico. Del resto, nel 1976, in seguito all'esplosione della torre di lavaggio dei gas di sintesi d'ammoniaca, molte tonnellate di soluzione di carbonato e di bicarbonato di potassio , contenenti dell'anidride di arsenico, si erano liberate nell'atmosfera rendendo necessario il ricovero di 150 persone a causa di una intossicazione acuta da arsenico.

Inoltre, nel suo rapporto dell'8 dicembre 1988, la commissione tecnica nominata dal Comune di Manfredonia affermava in particolare che, a causa della posizione geografica dello stabilimento, le emissioni di sostanze nell'atmosfera erano spesso canalizzate verso la città (paragrafi 14‑16 qui sopra).
L'incidenza diretta di emissioni nocive sul diritto delle richiedenti al rispetto della loro vita privata e familiare permette di concludere per l'applicabilità dell'articolo 8.

58.‑ La Corte ritiene poi che le richiedenti non potrebbero passare per aver subito da parte dell'Italia una "ingerenza" nel la loro vita privata o familiare: esse si lamentano non di un atto, ma dell'inazione dello Stato.
Tuttavia, se l'art. 8 ha essenzialmente per oggetto di premunire l'individuo contro le ingerenze arbitrarie dei poteri pubblici, non si accontenta di assoggettare lo Stato ad astenersi da simili ingerenze: a questo impegno piuttosto negativo possono aggiungersi le obbligazioni positive inerenti da un rispetto effettivo della vita privata o familiare (sentenza Airey c. Irlande del 9 ottobre 1979, serie A n° 32, p. 17, paragrafo 32).

Nella fattispecie, è sufficiente ricercare se le autorità nazionali hanno preso le misure necessarie per assicurare la protezione effettiva del diritto delle interessate al rispetto della loro vita privata e familiare garantita dall'art. 8 (sentenza Lopez Ostra c. Espagne, del 9 dicembre 1994, serie A n° 303‑c, p. 55, paragrafo 55).

59.‑ Il 14 settembre 1993, conformemente all'articolo 19 del DP R n° 175/88, i Ministeri dell'Ambiente e della Salute adottarono congiuntamente le conclusioni sul rapporto di sicurez­za presentato dallo stabilimento nel luglio 1989. Queste prescrivevano dei miglioramenti da apportare alle installazioni, al tempo stesso per la produzione in corso di fertilizzanti e in caso di ripresa della produzione di caprolattame.
Esse davano al prefetto delle indicazioni concernen­ti il piano d'urgenza ‑ che egli aveva preparato nel 1992 – e le misure di informazione della popolazione prescritta dal­l'articolo 17 del detto DPR.
Tuttavia, in una corrispondenza del 7 dicembre 1995 alla Commissione Europea dei Diritti dell'Uomo, il sindaco di Monte S. Angelo afferma che quest'ultima data, l'istruzione in vista delle conclusioni previste dall'articolo 19 si proseguiva , e che nessun documento concernente queste conclusioni era a lui pervenuto. Egli precisava che il Comune attendeva sempre di ricevere le direttive del servizio della protezione civile al fine di stabilire le misure di sicurezza da prendere e le re­gole da seguire in caso di incidente e da comunicare alla po­polazione, e che le misure mirano alla informazione della po­polazione sarebbero state prese subito dopo le conclusioni dell'istruzione, nell'ipotesi di una ripresa della produzione dello stabilimento (paragrafo 27 qui sopra).

60.‑ La Corte ricorda che gli attentati gravi all'ambiente possono toccare il benessere delle persone e privarle del godimento del loro domicilio in maniera da nuocere alla loro vita privata e familiare (vedere, mutatis mutandis, la sentenza Lopez Ostra precitata, p. 54, paragrafo 51). Nella fattispecie, le richiedenti sono rimaste, fino alla sospensione della produzione di fertilizzanti nel 1994, nell'attesa delle informazioni essenziali che avrebbero loro permesso di valutare i rischi che potevano derivare per esse e i loro vicini dal fatto di continuare a risiedere sul territorio di Manfredonia, un Comune dello stabilimento.
La Corte constata dunque che lo Stato convenuto ha mancato alla sua obbligazione di garantire il diritto alle richiedenti al rispetto della loro vita privata o familiare, a dispetto dell'articolo 8 della Convenzione.

Pertanto, si è avuta una violazione di questa disposizione.

IV SULLA VIOLAZIONE ADDOTTA DELL'ARTICOLO 2 DELLA CONVENZIONE

61.‑ Evocando il decesso di operai dello stabilimento, dovuto al cancro, le richiedenti affermano che la mancanza delle informazioni controverse ha disconosciuto il loro diritto alla vita garantito dall'articolo 2 della Convenzione, così formulato:

1.‑ Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente, privato del la vita, salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nei casi in cui il delitto sia punito dalla legge con tale pena.

2.‑ La morte non è considerata inflitta in violazione di questo articolo quando derivasse da una ricorso alla forza reso assolutamente necessario:

a) per assicurare la difesa di qualsiasi persona dalla violenza illegale;

b) per eseguire un arresto legale o per impedire l'evasione di una persona legalmente detenuta;

c) per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o una insurrezione.

62.‑ Riguardo alla conclusione relativa alla violazione dell'articolo 8, la Corte non ritiene necessario di esaminare il caso giuridico anche sotto l'angolo dell'articolo 2.

V.‑ SULL'APPLICAZIONE DELL'ARTICOLO 50 DELLA CONVENZIONE.

63.‑ Ai termini dell'articolo 50 della Convenzione

"Se la decisione della Corte dichiara che una decisione presa o una misura ordinata da una autorità giudiziaria o da ogni altra autorità di una Parte Contraente si trova interamente o parzialmente in contrasto con obbligazioni che derivano dalla presente Convenzione, e se il diritto interno di detta Parte non permette che in modo incompleto di eliminare le conseguenze di tale decisione o di tale misura, la decisione della Corte accorda, quando è il caso, un'equa soddisfazione alla parte lesa."

A. PREGIUDIZIO (DANNO).

64.‑ Le interessate sollecitano la riparazione di un danno "biologico"; esse richiedono 20.000.000.000 di lire italiane (ITL)!
65.‑ Secondo il Governo, le richiedenti non hanno dimostrato di aver subito un danno e non l'hanno neppure evocati nel dettaglio. Per il caso ove la Corte accoglierebbe l'esistenza di un pregiudizio (danno) morale, la constatazione della violazione darebbe, all'occorrenza, una equa soddisfazione sufficiente.

66.‑ IL delegato della Commissione invita la Corte ad accordare alle interessate un compenso adeguato e proporzionato al danno notevole che esse hanno subito. egli suggerisce la somma di 100.000.000 di lire italiane (ITL) per ogni richiedente.

67.‑ La Corte considera che le interessate non hanno dimostrato l'esistenza di un danno materiale risultante dalla mancanza di informazione di cui esse si lamentano. Per il resto, essa ritiene che le richiedenti hanno sofferto un torto morale certo e decide di attribuire loro la somma di 10.000.000 ITL per ciascuna.

B. SPESE ED USCITE.

68.‑ Le interessate hanno ottenuto l'assistenza giudiziario davanti alla Corte per un ammontare di 16.304 franchi francesi ma al termine dell'udienza, la loro consulente legale ha depositato al cancelliere una domanda (istanza) tendente alla concessione di una somma più considerevole a titolo dei suoi onorari.

69.‑ Né il Governo né il delegato della Commissione si sono pronunciati a questo proposito.

70.‑ Tenuto conto dell'ammontare già accordato a titolo di assistenza giudiziaria e del deposito tardivo della domanda in questione (articoli 39 paragr.1 e 52 paragr.1 del regolamento B della Corte), la Corte decide di respingere questa.

C. ALTRE PRETESE.

71.‑ Le interessate invitano in conclusione la Corte ad obbligare lo Stato convenuto a procedere alla bonifica di tutta la zona industriale in questione e a realizzare uno studio epidemiologico sul territorio e le popolazioni interessate così come un'inchiesta destinata a mettere in evidenza le eventuali conseguenze gravi per gli abitanti i più esposti alle sostanze presunte cancerogene.

72.‑ IL Governo trova queste pretese inammissibili.

73.‑ Secondo il delegato della Commissione, la realizzazione di un'inchiesta approfondita ed efficace da parte delle autorità nazionali così come la pubblicazione e la comunicazione alle richiedenti di un rapporto completo e preciso su tutti gli aspetti pertinenti dell'attività dello stabilimento durante il periodo controverso, ivi compresi i danni effettivamente causati all'ambiente e alla salute delle persone, sarebbero di natura da soddisfare, più del versamento di una equa soddisfazione, (all'obbligazione prevista dall'articolo 53 della Convenzione).

74.‑ La Corte rileva che questa (la Convenzione) non l'autorizza ad accogliere una simile richiesta. Essa ricorda che appartiene allo Stato di scegliere i mezzi da utilizzare nel suo ordinamento giuridico per conformarsi alle disposizioni che ha provocato una violazione (vedere, mutatis mutandis, la sentenza Zanghi c. Italia del 19 febbraio 1991, serie A n°194‑C, p. 48, paragrafo 26, Demicoli c. Malta del 27 agosto 1991, serie A n°210, p.19, paragrafo 45, e Yagci e Sargin c. Turchia dell'8 giugno 1995, serie A n°319‑A, p.24, paragrafo 81).

D. INTERESSI MORATORI

75.‑ Secondo le informazioni di cui dispone la Corte, il tasso legale applicabile in Italia alla data dell'adozione della presente sentenza è del 5% l'anno.

P E R Q U E S T I M O T I V I,

L A C 0 R T E

1.‑ RIGETTA, per 19 voti contro 1, l'eccezione preliminare del Governo (il non‑esaurimento delle vie di ricorso interne con l'articolo 700 c.p.c.);

2.‑ DICE, per 18 voti contro 2, che l'articolo 10 della Convenzione non si applica nella fattispecie;

3.‑ DICE, all'unanimità, che l'articolo 8 della Convenzione si applica ed è stato violato;

4.‑ DICE, all'unanimità, che non è il caso di esaminare l'affare anche nel campo dell'art. 2 della Convenzione;

5.‑ DICE, all'unanimità,

a)che lo Stato convenuto deve versare, nei 3 mesi, 10.000.000 (dieci milioni) di lire italiane ad ogni ricorrente per il danno morale subito;

b) che questo ammontare è da aumentare di un interesse semplice del 5% l'anno a cominciare dalla scadenza di detto termine fino al versamento;

6.‑ RIGETTA, all'unanimità, la domanda di equa soddisfazione per il resto (:in relazione alla richiesta di bonifica della zona industriale e dello studio epidemiologico del territorio; ed anche in relazione alla maggiore somma di £ 20.000.000.000 richiesta).

Fatto: in francese e in inglese, dopo pronunciato in udienza pubblica al Palazzo dei Diritti dell'Uomo, a Strasburgo , il 19 febbraio 1998.

Firmato: Herbert PETZOLD
(Cancelliere)

Firmato: Rudolf BERNHARDT
(Presidente)

Alla presente sentenza si trova unita, conformemente agli articoli 51 paragr.1 della Convenzione e 55 paragr.2 del regolamento B, la relazione delle opinioni separate seguenti:

‑ opinione concordante di M. Walsh;
‑ opinione concordante di M. Palm, alla quale aderiscono MM Bernhardt,
Russo, Macdonald, Makazczyk e Van Dijk;

opinione concordante di M. Jambrek;

opinione parzialmente concordante e parzialmente dissidente di M. Thòr Vilhjàlmsson;

opinione parzialmente dissidente e parzialmente concordante di M. Mifsud Bonnici.

Paraphé (Sigla): R.B.

Paraphé (Sigla): H.P.





‑ OPINIONE CONCORDANTE DI M. IL GIUDICE WALSH ‑
(Traduzione)

Bisogna ricordarsi che, spesso, un disconoscimento della Convenzione può mettere in gioco altri articoli oltre quello di cui il richiedente invoca la violazione, ma io sono totalmente d'accordo che alla luce dei fatti della causa, è più giudizioso invocare l'art. 8 che l'art.10. La Convenzione e le sue disposizioni devono interpretarsi in maniera armoniosa. Ora, nella sua sentenza, la Corte ha brevemente evocato l'articolo 2 ma non si è pronunciata a questo proposito quando a mio avviso c'è stata ugualmente violazione all’­articolo 2.

Secondo me, l'articolo 2 garantisce anche la protezione dell'integrità fisica dei richiedenti. Lo stesso, le disposizioni dell'articolo 3 indicano chiaramente che la Convenzione si estende a questa protezione. Io ritengo che c'è stata nella fattispecie violazione dell'articolo 2 e che, visto le circostanze stanze, non si impone di andare oltre questa disposizione per constatare una violazione.



‑ OPINIONE CONCORDANTE DI M. il GIUDICE PALM ‑
alla quale ADERISCONO
MM. I GIUDICI BERNHRDT,RUSSO,MACDONALD,MALRCZYK E VAN DIJK.
(Traduzione)

con la maggioranza, io ho concluso che l'articolo 10 non è applicabile nella fattispecie. Ciò facendo, io ho fortemente in­sistito sulla situazione concreta che era in causa, senza escludere pertanto che, nelle diverse circostanze, lo Stato potrebbe avere l'obbligazione positiva di fornire al pubblico le informazioni in suo possesso e di diffondere quelle che, per natura, non potrebbero altrimenti venire a conoscenza del grande pubblico. Questo punto di vista non è compatibile con il tenore del paragrafo 53 della sentenza.

‑ OPINIONE CONCORDANTE DI M. IL GIUDICE JAMBREK ‑
(Traduzione)

Nella memoria, le richiedenti si sono anche lamentate espressamente di una violazione dell'art. 2 della Convenzione. La Corte ha ritenuto che non era il caso di esaminare il caso giuridico sotto l'angolo di questo articolo poiché essa aveva concluso per la violazione dell'art. 8. Io spero comunque di formulare qualche osservazione quanto all'eventuale applicabilità dell'articolo 2 nella fattispecie.

Questo articolo dispone: "Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo (...)".A mio avviso, la protezione della salute e dell'integrità fisica è collegata a che molto strettamente al "diritto alla vita" quanto al "rispetto della vita privata e familiare". Si potrebbe fare un parallelo con la giurisprudenza della Corte relativa all'articolo 3 in ciò che concerne l'esistenza di "conseguenza prevedibili”: quando, mutatis mutandis, esistono dei seri motivi di credere che la persona interessata corre un rischio reale di trovarsi nelle circostanze che mettono in pericolo la sua salute e la sua integrità fisicae pertanto, il suo diritto alla vita, che è protetto dalla legge. Quando un governo si astiene dal comunicare le informazioni a proposito di situazioni di cui si può prevedere, basandosi su dei motivi seri, che presentano un pericolo reale per la salute e l'integrità fisiche delle persone, allora una tale situazione potrebbe anche rilevare nell'ambito della protezione dell'articolo 2, secondo il quale: "Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita". Sarà possibile dunque che sia venuto il momento per la giurisprudenza della Corte consacrata all'art. 2 (diritto alla vita) di evolversi, di sviluppare i diritti che ne derivano per implicazione, di definire le situazioni che producono un rischio reale e grave per la vita o i differenti aspetti del diritto alla vita.

L'articolo 2 sembra pertinente ed applicabile nella fattispecie, nella misura in cui 150 persone sono State condotte all'ospedale per avvelenamento grave dall'arsenico. Dato che esse provocavano il rigetto nell'atmosfera di sostanze nocive, le attività dello stabilimento costituivano dunque dei "rischi di incidenti maggiori pericolosi per l'ambiente".

In ciò che concerne l'art. 10, io ritengo che potrebbe essere considerato come applicabile alla fattispecie con riserva di una condizione precisa. Questo articolo prevede che "Ogni persona ha diritto alla (...) ricevere (...) informazioni e idee senza ingerenza alcuna da parte delle autorità pubbliche (...). L'esercizio di(questo diritto) può essere sottoposto a determinate (...) restrizioni (...)". A mio avviso, la formulazione dell'articolo 10, e il senso si legano correntemente alle parole utilizzate, non permettono di dedurre che uno Stato si trova nell'obbligazione positiva di fornire delle in formazioni, salvo quando una persona domanda/esige essa ‑ stessa le informazioni di cui il Governo dispone all'epoca considerata.

E' per questo che io ritengo che occorre considerare che una tale obbligazione positiva dipende dalla condizione seguente: le vittime potenziali del rischio industriale devono aver domandato che certe informazioni, prove, verifiche, ecc. siano rese pubbliche e siano loro comunicate da un servizio governativo stabilito. Se il Governo non soddisfa una tale domanda e non esplica la sua assenza di risposta in maniera valida, allora questa deve essere considerata come una ingerenza da par te sua, vietata dall'articolo 10 della Convenzione.

‑ OPINIONE PARZIALMENTE CONCORDANTE
E PARZIALMENTE DISSIDENTE DI
M. IL GIUDICE THOR VILHJALMSSON. ‑
(Traduzione)

In questo caso giuridico, io sottoscritto in principio alla conclusione e agli argomenti espressi dalla maggioranza della Commissione. La Corte, da parte sua, è di un altro avviso. Allora anche io avrei preferito che il caso giuridico fosse trattato sotto l'angolo dell'articolo 10 della Convenzione, era anche possibile esaminare le questioni sollevate nella fattispecie sul terreno dell'articolo 8, come la Corte l'ha fatto. E' per questo che io ho votato con la maggioranza per quanto riguarda questo articolo, così come gli art. 2 e 50 del la Convenzione.

‑ OPINIONE PARZIALMENTE DISSIDENTE
E PARZIALMENTE CONCORDANTE DI
M. IL GIUDICE MIFSUD BONNICI. ‑
(Traduzione)

1.- AL paragrafo 49 della sentenza, la Corte rigetta l'eccezione preliminare del governo secondo la quale le richiedenti non avrebbero esaurito le vie dei ricorsi interne di cui esse disponevano, come l'articolo 26 della Convenzione lo imponeva loro.
2.‑ Il primo capoverso del detto paragrafo comporta il passaggio seguente:

"Nella fattispecie, si trattava in realtà dell'assenza di informazioni sui rischi incorsi e le misure da prendere in caso di incidente, quando il ricorso avrebbe verosimilmente portato alla sospensione dell’attività dello stabilimento" (sottolineatura aggiunta).

3.‑ Dato che l'utilizzazione di questo ricorso interno avrebbe probabilmente portato alla sospensione dell'attività dello stabilimento, io non vedo che quel ricorso avrebbe potuto essere più efficace per correggere le violazioni denunciate dal le richiedenti, nella misura in cui l'assenza di informazioni da parte delle autorità avrebbe condotto alla sospensione del le attività dello stabilimento. In occasione del processo, tutte le informazioni necessarie avrebbero dovuto essere comunicate durante l'udienza, ciò avrebbe naturalmente permesso di correggere le violazioni dell'articolo 8.

4.‑ Per quanto concerne l'azione penale, un successo in questo campo avrebbe reso possibile l'apertura di un'azione in riparazione, come l'ordinamento giuridico italiano permette di farlo ad ogni persona vittima di una violazione, quale ne sia la forma.

5.‑ E' dunque chiaro che, non solamente l'ordinamento giuridico italiano prevedeva un certo numero di azioni legali a disposizione delle richiedenti, ma anche che queste non se ne sono purtroppo avvalse. Pertanto, io ritengo che bisognerebbe accogliere l'eccezione preliminare del Governo.

6.‑ La grande maggioranza dei miei colleghi avendo giudicato diversamente, io non avevo altra soluzione che aderire al loro parere in ciò che concerne gli altri punti del dispositivo.
CONCLUSIONE INTERPRETATIVA DELL'AVVOCATO

(Sentenza Strasburgo 19 febbraio 1998)

La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo ha dichiarato la tutela della vita privata e familiare, e del proprio domicilio, sancita dall'articolo 8 della Convenzione Europea.

In questo modo è stata accolta la tesi difensiva della sottoscritta ‑ rappresentante delle ricorrenti con contestuale rigetto dell'eccezione di "non ‑ esaurimento" delle vie dei ricorsi interne, regola preclusiva dei ricorsi dinanzi alla Corte Europea stabilita dall'articolo 26 della Convenzione, sollevata dal Governo Italiano convenuto. allo stesso modo la Corte Europea non ha accolto la richiesta della Commissione Europea, la quale chiedeva la violazione dell'art.10 della Convenzione che tutela il "diritto all'informazione" di ogni persona senza "ingerenza da parte delle pubbliche autorità".

La Corte non si è espressa sulla violazione dell'art. 2 che sancisce "il diritto alla vita" di ogni persona, in quanto aveva già esaminato il caso sotto il profilo dell'art. 8 della Convenzione.

Ciò nonostante alcuni giudici hanno espresso il parere che il caso esaminato coinvolge anche il disposto dell'articolo 2 in quanto strettamente collegato al rispetto della vita privata e familiare. In tal senso, è stata altresì invitata la Corte ad evolvere la sua interpretazione del "diritto alla vita" di cui all'art. 2 della Convenzione.

In effetti la difesa sostenuta dalla sottoscritta – rappresentante esprimeva la necessaria correlazione fra la tutela del rispetto della vita privata e familiare e la tutela della vita di ogni persona sancita dall'art. 2 da ciò si evince che i giudici singolarmente hanno ritenuto accoglibile la tesi della sottoscritta ‑ rappresentante che estende la protezione e la difesa del diritto alla vita, considerato nei suoi molteplici aspetti.




Dottoressa NELLA SANTILLI

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