sabato 9 luglio 2011

Porti. Simboli della trasformazione? | Manfredonia

Manfredonia – IL panorama modella i pensieri, i desideri e i sogni. A Manfredonia, il porto industriale non è solo un serpentone di cemento e acciaio che penetra con violenza nel mare, ma un muro dell’anima. Ogni santo giorno la linea dell’orizzonte si infrange contro i pali di cemento, la strada di asfalto rovente e quei nastri metallici che evocano l’odore acido e soffocante delle fughe di arsenico e ammoniaca.

Già una volta venditori di fumo, che si spacciavano per realizzatori di sogni, hanno svenduto la nostra terra prendendoci per la gola col solito ricatto del lavoro. E ci siam ritrovati con una fabbrica dei veleni che ci ha rubato il passato e posto un’ipoteca sul futuro. Qualche anno di benessere, l’illusione di essere finalmente arrivati e poi ancora una volta emigrazione, cassa integrazione e tristezza.

Facevo le elementari e non capivo bene cosa stesse succedendo nei giorni della Deep Sea Carrier – le televisioni, gli scioperi, le scritte sui muri – ma ricordo lo sguardo pesante posato sui figli degli operai dell’Enichem, ritenuti improvvisamente colpevoli dell’antica innocenza che ci era stata sottratta. Le scorie che non venivano scaricate in città per la rabbia popolare, erano rovesciate sotto forma di diffidenza, invidia e malcelato odio sui nostri compagni figli delle torri a strisce e del labirinto di tubi d’acciaio.

L’estate scorsa, come sempre, ho fatto il bagno alle ‘case marinare’, dove è in cantiere il porto turistico ( Porto turistico, focus). L’idea che tra poco non potrò più andarci mi rattrista profondamente. Perché quelle case a ridosso degli scogli sono sempre state un angolo di paradiso, dove la vita si svolge secondo regole proprie, immutabili, al di fuori del recinto di acciaio e cemento che incatena il mare. É lì che puntualmente mi torna in mente l’immagine di Manfredonia come vergine violata e strappata al suo destino di felicità incosciente, che ora avrebbe solo un disperato bisogno di essere amata e consolata.

E invece le ragioni dello sviluppo non prevedono soste, altre torri hanno preso il posto di quelle vecchie e un altro serpente sta per penetrare il mare. Se i simboli sono importanti, allora il porto turistico non andava fatto. Non per la convenienza dell’investimento, che probabilmente è azzeccato. Non per il progetto, che pure prevede un’estesa area verde. Quel tratto di costa andava preservato perché Manfredonia ha già sacrificato la propria anima sull’altare del dio progresso e il porto industriale è lì a ricordarci i nostri errori. Non un centimetro in più di suolo e di mare si sarebbe dovuto consumare. Invece le ruspe si affannano a distruggere fondali per gli yacths e terreni per nuovi quartieri.

Il progetto del porto turistico svela lo sguardo corto che chi nasce a Manfredonia, suo malgrado, eredita. Lo sguardo sul mare, incastonato in paraocchi di ferro, che porta a ripetere gli errori del passato. La nuova amministrazione è solo agli inizi del suo operato e il progetto del porto turistico è roba vecchia. Mentre il cemento invade la campagna, conservo la speranza che i progetti futuri della città riescano a vedere oltre quel muro che quotidianamente ci ruba l’orizzonte.

P.s. Nota di metodo: costruendo l’inceneritore a Borgo Tressanti al limite estremo del suo territorio comunale, Manfredonia ripete quello che le è stato fatto con la realizzazione del petrolchimico a ridosso della città da parte dell’amministrazione comunale di Monte Sant’Angelo? Non si diceva forse un tempo, non fare agli altri quel che non vuoi gli altri facciano a te?
01/02/2011
gabrieledipalma@gmail.com

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