sabato 18 giugno 2011

26 febbraio 1983. Noi non dimentichiamo la SAIBI di Margherita ...


26 febbraio 1983. Noi non dimentichiamo la SAIBI di Margherita ... e le tante Seveso silenziose del sud!

Margherita, 28 anni dall'incidente dell'ex Saibi
FEBBRAIO '83, "E'SCOPPIATO IL BROMO!"

Margherita di Savoia si appresta a trascorrere il ventottesimo anniversario di una sera da incubo. Un incubo che forse qualcuno ha ormai dimenticato. O forse sarebbe più opportuno dire rimosso, proprio come si fa con gli incubi peggiori. Perché in realtà in paese la ricordano ancora in tanti quella terribile sera del 26 febbraio 1983.

Mancavano pochi minuti alle 20 e tutto faceva pensare che quello sarebbe stato un tranquillo sabato sera come tanti altri. Ma all’improvviso due sordi boati in rapida successione squarciarono la monotonia di quella serata d’inverno: dalla strada che conduce a Trinitapoli, a pochi metri dall’abitato, si sprigionarono lingue di fuoco e una densa nube nerastra si alzò nel cielo. E subito un grido di terrore si diffuse in tutto il paese: «È scoppiato il Bromo!».

Il “Bromo” è il nome con cui gli abitanti di Margherita di Savoia chiamano ancora oggi gli stabilimenti della Saibi, un’industria di lavorazione di prodotti chimici appartenuta alla Montedison e poi passata in quota Enichem. L’impianto, che per anni ha garantito un posto di lavoro a decine di operai, dopo la chiusura avvenuta nel 1997 è divenuto un lugubre fossile attorno al quale si è a lungo e invano discusso sulle possibili destinazioni d’uso.

Di volta in volta sono state avanzate proposte più o meno ardite per trasformarlo in un museo di archeologia industriale, un mega-parcheggio, addirittura in un ipermercato facente capo ad una multinazionale della grande distribuzione. Ma su quell’area ormai inquinata non si poteva costruire più nulla e a fine 2008 iniziarono i lavori di bonifica e messa in sicurezza del sito, che vennero sospesi dopo pochi mesi a causa di un intervento dei Carabinieri del Noe che misero i sigilli all’intera area. Questa però è un’altra storia, della quale parliamo più diffusamente in altra sede.

Per adesso ritorniamo a quel sabato sera di 28 anni fa, quando la Saibi si trasformò in un gigantesco mostro fatto di fuoco e di fumo che a migliaia di persone suggerì una sola scelta: la fuga. Il timore di una tragedia, più volte paventato dalle associazioni ambientaliste del luogo, si materializzò all’improvviso gettando la cittadinanza nel panico e la paura del bromuro di metile (una delle sostanze più pericolose tra quelle trattate all’interno dello stabilimento) scatenò nel giro di pochi minuti il fuggi fuggi generale.

Tra i primi a darsela a gambe, racconta un reportage dell’epoca redatto a quattro mani da Franco Ranieri e Vito Valentino e pubblicato su Il Picchio Rosso (si veda il box a parte), vi furono proprio gli amministratori comunali di quel periodo.

Nel macabro silenzio di un paese semideserto per alcune ore riecheggiarono solo le grida dei vigili del fuoco, che non senza fatica riuscirono a domare le fiamme. Per fortuna l’incidente non provocò nessuna vittima: se fosse avvenuto nel pieno di un turno di lavoro anziché di sabato sera probabilmente il bilancio sarebbe stato ben più tragico. L’alba del giorno seguente sembrava tratta da un racconto di fantascienza di Rod Serling.

Nulla era più come prima, le pallide certezze di chi sosteneva che non vi fosse alcun rischio crollarono miseramente. Vennero giù come castelli di carta anche le congetture di quanti, pur di salvaguardare i posti di lavoro della Saibi, avevano sottovalutato l’impatto ambientale dello stabilimento. Sei giorni dopo fu organizzata una rovente assemblea cittadina sull’argomento ma nel volgere di poche settimane sull’intera vicenda calò una impenetrabile cortina di ferro: l’azienda diede rigide consegne ai suoi dipendenti e chi cercava di fare luce sugli eventi venne messo alla porta senza tanti complimenti su ordine dell’arcigno direttore dello stabilimento, Michele Arcidiacono.

L’incidente fu dunque archiviato in fretta e il vecchio “Bromo” continuò ad emettere i suoi sgradevoli sbuffi di cloro ancora per qualche anno: le maestranze furono poste in cassa integrazione nel 1991 e la lenta agonia dello stabilimento culminò con la definitiva chiusura degli impianti nel ‘97.

Una pagina si chiudeva per sempre, un’altra – che ancora oggi non è giunta alla parola fine – stava per aprirsi.


Le testimonianze dell’epoca
Ecco come, a sedici mesi dal drammatico evento, “Il Picchio Rosso” ricordava l’accaduto in un articolo firmato da Franco Ranieri e Vito Valentino, dal titolo «SAIBI: a più di un anno dall’incidente, fatti e notizie attraverso i protagonisti» e pubblicato nel giugno 1984.
Stralci che ancora oggi suonano drammaticamente d’attualità.
«Due boati rompono il silenzio della sonnolenta Margherita invernale, poi d’improvviso una gigantesca fiammata si sprigiona all’interno dello stabilimento SAIBI. Una nube nera avvolge parte della città; molti temono il peggio, ognuno, anche se inconsciamente, avverte la pericolosità del momento. La fuga dal paese è caotica. La paura diventa padrona della situazione. L’imperativo è allontanarsi da Margherita. Sui visi prima panico e sgomento, ben presto solo terrore. Sulla bocca di tutti corre un nome, SAIBI; nella mente affiorano i casi di Seveso e Manfredonia. A fuggire da Margherita sono in tanti, e fra questi anche chi dirige la vita amministrativa del Comune. Per costoro, oggi, ragion di stato (pardon, di partito), vuole che sia “opportuno e doveroso” dimenticare.

Alcuni giorni dopo il circolo di cultura e politica “Il Picchio Rosso” organizza un convegno sul tema “SAIBI e tutela della salute pubblica”. Il convegno mette in evidenza l’aberrante logica del profitto che sempre più spesso si concretizza in inquinamenti, catastrofi ecologiche, attentati alla salute dei lavoratori e della popolazione, devastazione dell’ambiente e del territorio. È un’intera città che chiede e pretende garanzie e certezze. L’appello più accorato e toccante viene da un ragazzo di 13 anni, il quale chiede se gli è dato vivere senza eccessivi rischi nella città natia. Ancora oggi chi ha l’obbligo morale e politico di rispondere con serenità e ponderatezza non lo fa».



INTERVISTA AL PROFESSORE GIORGIO NEBBIA, autore della prima indagine epidemiologica sullo stabilimento SAIBI in seguito allo scoppio del 1983.


AD OGGI NON C'E' STATA BONIFICA, MA SOLO LA PROPOSTA DI TRASFORMARE LA ZONA IN UN OASI DELLA BIODIVERSITA' PER SPECIE RARE DI FARFALLE.

Bonifica ex SAIBI: iter burocratico superato

27/06/2011

Margherita di Savoia – VIA gli ultimi “intoppi burocratici” per i lavori di messa in sicurezza dello stabilimento Montedison di Margherita: è quanto dichiarato negli ultimi giorni dalla sindaca e
deputata alla Camera Gabriella Carlucci (PdL). Resta solo da stabilire se l’inquinamento abbia interessato principalmente il sito di centrale oppure sia “diffuso” anche alle aree circostanti.

A tal scopo, verrà installata nelle prossime settimane un’apposita rete di monitoraggio dei corpi idrici presenti anche a distanza di chilometri dalla fabbrica micidiale , che dal 1928 al 1993 ha convissuto con salina, acque termali, zona balneare e vincoli idrogeologici della “zona umida”. A sbloccare la situazione sono state la determinazione dirigenziale n. 48 del Servizio Ciclo dei Rifiuti e Bonifiche (31 maggio 2011) della Regione Puglia ed una sentenza del TAR che assegna l’appalto in via definitiva.


Con l’approvazione del “Piano di Monitoraggio e Caratterizzazione integrativa” relativo alle aree esterne allo stabilimento ex SAIBI (che, era stato esplicitamente richiesto dall’autorità regionale in seguito alla presentazione del piano originario di bonifica da parte del Comune di Margherita nel novembre 2010), si chiude un iter cominciato tre anni coi primi stanziamenti della Regione. L’esecuzione è subordinata all’adepimento delle seguenti prescrizioni:
1) a valle delle indagini quali-quantitative sui corpi idrici occorre realizzare il modello sito specifico finalizzato alla definizione degli obiettivi di bonifica;
2) dimostrazione dell’onerosità della bonifica rispetto alla messa in sicurezza permanente, in funzione del nuovo modello realizzato;
3) elaborazione del modello di trasporto aereo degli inquinanti (frazioni inalabili) al fine delle attività di monitoraggio;
4) definizione dei valori di fondo dei parametri per cui sono stati rilevati i superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione, al fine della definizione del modello.

Lo stabilimento, soprannominato “il Bromo” dagli abitanti, era scoppiato ventotto anni fa (26 febbraio 1983). Ma già nel 1987 le continue fumate nocive erano state denunciate in Parlamento dal senatore Giorgio Nebbia (n. 1926), poliedrica personalità di chimico ed ambiantalista al tempo stesso, accademico ed economista dell’Università di Bari, inventore della “rifiutologia” come corollario finale alla merceologia di Marx. Le indagini di rischio epidemiologico relativo alla SAIBI, condotte negli anni’90, non hanno dimostrato alcuna profonda correlazione con l’aumento delle malattie tumorali a Margherita e nel nord barese. A firmarle è stato il presidente nazionale della LILT (Lega Italiana per la Lotta ai Tumori) Francesco Schittulli, oggi presidente della Provincia di Bari e sostenitore dell’alternativa dell’incenerimento dei rifiuti.

COLLEGAMENTI
http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article24015

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