sabato 22 gennaio 2011

Patologie, femminismo e processi, noi le donne di Bianca Lancia

Stato Quotidiano (26/04/2010), di Pasquale Gargano

Manfredonia – “Stamattina, alle 12, a Manfredonia il giudice monocratico, dottoressa Valente, ha pronunciato la sentenza di primo grado del processo alla Enichem . I dirigenti della multinazionale sono stati assolti perché «il fatto non sussiste». Il processo era iniziato da un esposto, nel 1996, alla Procura di Foggia, da parte di un operaio dell’ex stabilimento, Nicola Lovecchio. E dell’oncologo Maurizio Portaluri, a seguito delle indagini e ricerche che avevano svolto. Il pubblico ministero Lidia Giorni, dopo cinque anni di indagini e riscontri, riuscì poi a far iniziare il processo. Nel 2001 prendono avvio le udienze, fitte di testimonianze e periti che ricostruiscono i fatti. Il capo d’imputazione è grave: omicidio colposo plurimo motivato dall’esposizione all’arsenico dei lavoratori dell’Enichem. Nel 1976 era scoppiata la colonna di lavaggio dell’ammoniaca, all’interno della quale erano contenute tonnellate di arsenico. Nell’immediato non fu resa chiara la gravità dell’incidente, e le operazioni di bonifica partirono con dieci giorni di ritardo. Gli operai e tutti gli addetti dell Anic andarono a lavorare regolarmente anche il giorno dell’incidente. Gli operai furono impiegati anche nelle operazioni di bonifica senza le dovute cautele. Ma soprattutto non furono informati precisamente sul rischio. Fu solo in seguito, a causa di valori di arsenico nelle urine elevatissimi, che iniziarono per loro i periodi di malattia. Nel processo, gli operai che si sono costituiti parte lesa sono 23, molti dei quali, oggi, deceduti o ammalati di tumore. Il processo è andato avanti in questi anni, con la signora Lovecchio, la vedova dell’operaio che ha denunciato tutto, in silenzio ad ascoltare, in aula, insieme ai parenti degli altri operai. Il processo di primo grado è durato sei anni, per le numerose perizie fornite da consulenti del pubblico ministero, e le contro-perizie dell’Enichem. Perizie che hanno cercato di far luce sui materiali impiegati nella produzione, i sistemi di sicurezza, ma soprattutto sull’esposizione all’arsenico e polvere di urea. Ma se la scienza è d’accordo, in maniera unanime, sulla natura cancerogena dell’arsenico, altrettanto non è per i periti dell’Enichem. I quali hanno anche ipotizzato, nel corso del processo che l’eccessivo tasso di arsenico nelle analisi fatte agli operai, non fosse legato all’esplosione né, tanto meno, ai processi produttivi, bensì alle loro abitudini alimentari. Un elevato consumo di crostacei e soprattutto di gamberi, hanno detto, è la causa dell’elevato tasso di arsenicure. Elevato consumo che secondo i periti dell’accusa si quantificherebbe in un chilo giornaliero, più meno. Di sicuro la spesa abituale per ogni operaio (..) Il giudice Valente nel maggio scorso nomina due superperiti: uno di dell’Universià di Napoli, l’altro di Salerno, ma con la peculiarità di essere padre e figlia. La perizia si è basata solo sugli atti forniti dall’Enichem, e non su quelli forniti dai consulenti del pm e degli avvocati dell’Accusa. Il risultato è immaginabile (..) Ulteriore svantaggio, le proposte di patteggiamento alle famiglie, costituitesi anche parte civile. Molte hanno accettato somme tra venti e settantacinquemila euro, a seconda del grado di parentela. La vedova Lovecchio e pochi altri hanno rifiutato. Di recente hanno patteggiato anche altre parti civili: I comuni di Manfredonia, di Mattinata e Monte Sant’angelo. A «guadagnare» di più è stato il comune di Manfredonia: 300 mila euro. Oggi, in un’aula gremita di persone come non se ne erano viste per anni, il giudice ha pronunciato la sentenza: tutti assolti perché il fatto non sussiste. Parole cadute, dopo due ore di attesa, nel silenzio più completo”, conclude Langiu. (Alessandro Langiu , da Carta – ottobre 2001). Nel 2008 i familiari di Lovecchio decisero di ricorrere in appello sostenuti da Medicina Democratica. Da segnalare delle ricerche negli ultimi anni di un gruppo di cittadini, tra i quali Giulio Di Luzio, autore del libro I fantasmi dell’Enichem: «Abbiamo raccolto la testimonianza di una donna che nell’agosto 1980 mise al mondo un bambino con il fegato praticamente liquefatto», dichiara Di Luzio. «I medici non riuscirono a spiegare il fatto, ma è possibile che la causa possa essere stata l’esposizione a una nube di ammoniaca fuoriuscita dagli impianti in un incidente avvenuto il 3 agosto 1980, mentre la donna era negli ultimi giorni di gravidanza» (elaborazione da Focus.it).

LE MOBILITAZIONI CITTADINE – Fra le prime a mobilitarsi, per far luce sulla vicenda, le donne di Manfredonia, soprattutto attraverso l’associazione ‘Bianca Lancia’ che nel 1988 riuscì a portare il caso della contaminazione di Manfredonia alla Commissione per i Diritti dell’Uomo a Bruxelles. Nel 1998 la stessa Comissione riconobbe un risarcimento per 40 madri vittime della contaminazione. Dallo stesso anno, Manfredonia è inserita tra i siti contaminati di interesse nazionale. Nel 2007 l’area industriale risultava bonificata per il 12% e per il 55 % risultava approvato il progetto definitivo.

LE DONNE DI BIANCA LANCIA NUOVAMENTE IN SCENA - Il prossimo mercoledì 28 aprile, alle ore 18, presso la saletta multimediale della Biblioteca Comunale di Manfredonia, le donne dell’Associazione ‘Bianca Lancia’ promuoveranno una conferenza stampa per annunciare il loro ritorno sulla scena culturale della città e la riapertura del Processo d’Appello contro l’Enichem alla Terza Sezione Penale della Corte di Appello di Bari, fissato il 30 aprile e proposto dal pm di Foggia, Lidia Giorgio, dopo le assoluzioni di primo grado. A confermalo a Stato la presidente dell’associazione di Manfredonia, dottoressa Iolanda D’Errico.

DOPO LA SENTENZA – “Cos’è la Politica? E’ la ricerca di una mediazione alta che permette di ingrandirci oltre i bisogni e gli egoismi personali, contribuendo così ad elevare la civiltà di una Comunità. E’ per questa idea della politica che noi donne di Bianca Lancia siamo profondamente indignate e deluse per la scelta dell’Amministrazione Comunale di Manfredonia di ritirare la costituzione di parte civile nel processo contro l’Enichem. Ancora di più c’indigna il fatto che una scelta così importante per la storia della nostra città sia stata presa nel chiuso di una stanza da pochi politici, eludendo così il confronto democratico. La decisione è stata giustificata con motivi “ tecnici e d’opportunità economica”. A loro avviso 300.000 euro possono ripagare le morti, le sofferenze, i veleni che hanno inquinato l’ambiente e, a quanto pare, anche le coscienze. Ma vita e morte non sono monetizzabili. L’Amministrazione Comunale con questa decisione si è ritirata non solo dal processo, ma soprattutto dal patto morale stretto con la città. Tra le fiamme di un favonio estivo si è rinnovato l’antico baratto tra le ragioni ideali e le giustificazioni amministrative. Per il “Palazzo” potrebbe essere accettabile l’alibi di un’eventuale sentenza sfavorevole, ma per la Comunità si è persa un’ulteriore occasione per affermare che la dignità non è in vendita. Noi donne dell’Associazione Bianca Lancia, fedeli alla nostra storia, continuiamo ad essere presenti nel processo come parte civile perché vogliamo che alla condanna morale già data dalla città verso quella fabbrica, si aggiunga anche la condanna giuridica”.

PERCHE’ BIANCA LANCIA – ” La figura di donna posta al centro del logo rappresenta Bianca Lancia, madre di re Manfredi, fondatore della città, e sposa di Federico II, imperatore che tanto amò la nostra terra da definirla “luce dei miei occhi”. Il volto, dotato di valenza storica e simbolica, è attraversato da una clessidra, misura del tempo: ora è tempo delle donne. In tal modo rappresenta l’evoluzione della coscienza femminile nel nostro territorio. Sullo sfondo è delineato il castello di Manfredonia, luogo dell’anima della donna. La figura centrale è racchiusa in un ottagono, simbolo dell’infinito, contornato da triangoli che simboleggiano i raggi di una stella, astro che brilla di luce propria, tesa a propagarsi nell’immensità”.

NEL 2000 IL PRIMO COMUNICATO STAMPA, PRE INSEDIAMENTO DELLA SAN GALLI VETRO – “Il parere sfavorevole dell’Assessorato Ambiente della Regione Puglia al mega – impianto Isosar di GPL nei pressi di Manfredonia costituisce una grande vittoria del “Coordinamento per la valorizzazione e la salvaguardia del territorio” di Manfredonia, a cui aderiscono numerose associazioni di rilevanza nazionale e locale. La posizione espressa dalla Regione smentisce tutti coloro, politici ed amministratori locali compresi, che hanno sempre minimizzato i rischi connessi ad insediamenti industriali previsti a poca distanza da Manfredonia, che il “Comitato” ha sempre indicato come fonte di pericolo per la vita e la salute dei cittadini ed incompatibili con il territorio e con le piccole e medie imprese del Contratto d’Area (…) E’ il caso della Vetreria Sangalli, la quale è intenzionata a svolgere la propria attività sul terreno inquinato dello Stabilimento Enichem in violazione delle norme di tutela ambientale nazionali ed europee e che ha ottenuto dal Comune di Monte Sant’Angelo le concessioni edilizie senza aver superato la Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.). Il Coordinamento ritiene essenziale che, nel soddisfare la domanda di lavoro, non si trascurino la salute e la qualità della vita dei cittadini, nonché il diritto ad uno sviluppo ecosostenibile, evitando di dover affrontare nuove emergenze ambientali come quella, tuttora irrisolta, dello Stabilimento Enichem di Macchia”.

SIGNORA LOVECCHIO, SIGNORE DI MANFREDONIA – “SONO passati cinque giorni, ed un fine settimana, dalla sentenza sull’Enichem, pronunciata venerdì scorso a Manfredonia. (..) Era rassicurante la presenza delle donne all’interno dell’aula, mamme di figli ormai cresciuti, (..) mentre fuori si attendeva la sentenza. Siamo di nuovo qui, diceva una donna di Bianca Lancia, e vedevo il viso della signora Anna Maria Lovecchio, un po’ sorpresa ma rassicurata anche dalla loro presenza. Fuori, due dei tre figli di Anna Maria e Nicola, Vincenzo e Francesco. Mi dicono «ci volevano comprare un’altra volta». Cosa? «Sì, 135mila euro, questa volta», dice Francesco. Quel giorno non avevo chiesto alla signora Anna Maria cosa ne pensasse di questa nuova offerta, era visibilmente in apprensione. Così oggi l’ho chiamata per sentire come stesse, e sapendo di urtarla leggermente, le chiedo: «Anna Maria, le avevano offerto parecchi soldi in più questa volta?». E lei dopo un attimo di silenzio mi risponde: «Alessandro i soldi non hanno senso, l’unico obiettivo è la giustizia, e non è col denaro che si compra». (da Carta – ‘La giustizia non si compra’ di Alessandro Langiu del 5 ottobre del 2007).

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