giovedì 27 gennaio 2011

MANFREDONIA/BRINDISI, LA STRADA PERCORSA E SEGNATA DAI RIFIUTI DELL'ENI

Le scorie dell’ex Enichem sono andate a finire anche a Brindisi. Per essere più precisi: parte delle scorie derivanti dall’attività del petrolchimico sipontino e dall’esplosione della torre colma di arsenico nel 1976 e stipate selvaggiamente sotto terra nell’isola 16 sono state raccolte, trasportate e smaltite nella piattaforma di termodistruzione di rifiuti industriali Tmt presente nella zona industriale di Brindisi, fino ad un anno fa di Termomeccanica spa, oggi della francese Veolia. Il tutto la Tmt lo ha fatto con la sua Ipoter srl. Si tratta della piattaforma che oggi, dal cinque marzo scorso, è in parte sotto sequestro dalla Procura brindisina la quale ha posto i sigilli su: cabina di monitoraggio delle emissioni dell’inceneritore; 8 serbatoi verticali da 25 metri cubi ciascuno contenenti rifiuti liquidi; e circa 1000 fusti di cui non si conosce né provenienza né contenuto. La strada che porta alla sede della piattaforma di smaltimento costeggia una selva di ciminiere e silos, elementi di cui la zona industriale di Brindisi è ricchissima. Il termodistruttore è diviso dalla discarica da una ventina di metri, collegate da una vecchia strada percorsa fino a qualche mese fa dai camion colmi dei resti del forno. La piattaforma polifunzionale oggi sotto sequestro è di proprietà del Sisri, il consorzio che gestisce l’area di sviluppo industriale della città. L’impianto viene pensato nel 1986: l’appalto per la progettazione, la costruzione e la gestione lo vinse Termomeccanica spa, società che in Italia ha sedi a La Spezia, Milano, Napoli, Roma, Taranto. Il cantiere fu finanziato dall’allora Cassa del Mezzogiorno con 100 miliardi delle vecchie lire, e prevedeva: termodistruttore, discarica e impianto di depurazione delle acque utilizzate nel processo di smaltimento. Di queste tre opere, anche se finanziata la terza non è mai stata realizzata. In cambio della gestione, Termomeccanica e fino a poco tempo fa Veolia, riconoscevano al Sisri un ristoro, calcolato molto probabilmente sul guadagno ottenuto dalla società tramite per ogni tonnellata di rifiuti in ingresso da smaltire. Il termodistruttore per rifiuti pericolosi tossico-nocivi e ospedalieri pericolosi entrò in funzione tra il 2004 ed il 2005. La discarica è chiusa da ben prima che i Noe di Lecce vi facessero visita: la ragione sta nel fatto che si è esaurita circa cinque anni e fino ad oggi la provincia di Brindisi non ha concesso l’ampliamento proposto della società e ben visto anche dallo stesso Sisri. Un progetto di ampliamento che nei fatti andrebbe a configurare una nuova discarica con una capienza superiore a quella dell’originaria. Il sito esistente ed esaurito è stato progettato per una capienza complessiva di 160 mila metri cubi e classificato “2C”, ossia capace di ospitare i resti di rifiuti tossici come quelli provenienti da Manfredonia. Un grande sito, all’epoca della sua apertura unico per caratteristiche in tutto il Mezzogiorno. Il conferimento è partito nel 1998 e si è concluso per esaurimento di spazio tra il 2003 ed il 2004. Cinque anni invece dei 10 preventivati nel progetto originario. Ecco il primo punto non chiaro: se la discarica è satura da cinque anni e se è vero – stando a quanto dichiara Roccia capocantiere della Ipoter a l’Attacco il 26 marzo del 2009 – che la società spezzina ha lavorato alla bonifica dell’isola 16 nel sito sipontino anche durante il sequestro giudiziario di questa isola (datato 2007), allora non si comprende dove siano state e se siano state smaltite le scorie una volta portate a Brindisi. In attesa di una risposta a questa domanda, ce ne poniamo subito un’altra: come è stato possibile che una discarica per rifiuti tossici calibrata per durare dieci anni sia vissuta soltanto la metà? Fonti locali bene informate affermano che quel sito, insieme all’impianto di termodistruzione sarebbe dovuto servire soprattutto per lo smaltimento dei rifiuti prodotti dalle molte attività industriali presenti nella zona industriale di Brindisi. Ciò non sarebbe avvenuto e se ne sarebbe fatta una “gestione impropria”, per usare le parole di un professionista brindisino molto preparato sull’argomento: “rifiuti industriali e sanitari sarebbero confluiti da tutta Italia, nel sito della Tmt, oggi Veolia”. Ma la breve durata della discarica dipenderebbe anche da un altro fattore: il modo in cui è stato utilizzato il forno del termodistruttore. Progettato per incenerire 35 mila tonnellate di rifiuti l’anno questo enorme forno produceva anche energia: quattro megawatt l’anno di cui una parte destinati all’alimentazione. Anche questo, come la discarica è fermo da più di quattro mesi: l’assessore regionale all’Ambiente Michele Losappio ha sospeso l’Autorizzazione Integrata Ambientale (Aia) – che sarebbe scaduta il 31 dicembre 2009 – in attesa che ne venisse aggiornata la sua vecchia tecnologia. Oggi il Sisri sta lottando perché il termodistruttore venga riaperto, Ernesto Favuzzi presidente di Legambiente provinciale non è d’accordo. “Siamo contrari alla riapertura del forno, se non con gli aggiornamenti richiesti dalla regione. È vero, la sua chiusura lo scorso febbraio ha lasciato senza lavoro 28 persone, 28 padri di famiglia, ma noi riteniamo che quell’impianto oggi sia probabilmente il più pericoloso di tutta Brindisi”. A ricordare la tragedia di questi lavoratori davanti ai cancelli del termodistruttore ci sono le bandiere delle sigle sindacali, il cui tessuto è provato dal tempo e dal vento. La tecnologia con la quale è stato costruito è ormai archeologia: i rifiuti vengono posti all’interno di una camera di combustione a letto fisso, ossia il materiale da bruciare (ricordiamo: dalle siringhe usate alle scorie di arsenico) viene scaricato su un piano fisso, sotto il quale divampano fiamme con temperatura altissima. Al contrario, i nuovi metodi prevedono camere a combustione dotate di tamburo rotante o letto fluido, per permettere una vera e propria centrifuga dei rifiuti e un loro migliore incenerimento. L’obiettivo della termodistruzione è quello di rendere inerti (ossia innocui, per quanto possibile) i rifiuti, per poi smaltire in discarica apposita le ceneri e tutto ciò che non può essere bruciato. Elementi in più ci vengono dati da un professionista brindisino che preferisce restare nell’anonimato. “La legge distingue i rifiuti che entrano in questo tipo di in organico e inerti, e stabilisce che le ceneri della percentuale organica non possano superare il 3% del totale. Ad oggi, non risulta ci siano stati controlli da parte dell’ente proprietario dell’impianto, ossia il Sisri. È plausibile ritenere che in discarica nel corso degli anni sia andata una percentuale ben più alta del 3%, e andando per logica, ciò sarebbe avvenuto perché i rifiuti potrebbero non essere stati bruciati a dovere e siano stati tolti dalla camera di combustione prima del tempo”. Per riassumere, quindi: nella discarica del termodistruttore brindisino – nella quale sono arrivati per un tempo e una quantità/qualità non definiti anche rifiuti da Manfredonia – potrebbe essere andato a finire materiale in percentuali superiori a quella prevista dalla legge. Fatto che, insieme all’arrivo di veleni da mezza Italia, ha fatto sì che la discarica sia durata cinque anni anziché dieci. Il ragionamento del tecnico sembra ricevere sostegno anche nelle osservazioni presentate dopo la pubblicazione della richiesta da parte del Sisri dell’Autorizzazione Integrata Ambientale dell’impianto di incenerimento fermo da qualche tempo. L’autore è un geologo brindisino, Francesco Magno, il quale scrive a pagina 3: “… dalla lettura della relazione e delle schede di Aia non si evincono riferimenti analitici che dimostrino che nelle scorie e ceneri prodotte dal forno il contenuto di carbonio totale non superi il tenore del 3%”. Il geologo ricorda le caratteristiche dell’impianto, relative alla produzione di materiale da mettere in discarica: “produzione di scorie e ceneri pesanti: 6931 tonnellate all’anno; produzione di ceneri leggere: 945,14 tonnellate all’anno; totale produzione scorie, ceneri pesanti e leggere: 7.876,14 t/a”. Se quest’ultima cifra l’accostiamo alle 16.600 tonnellate/anno di rifiuti portati in combustione nell’anno 2006 (anno preso in considerazione dall’autore delle osservazioni) allora la conclusione è la seguente: “le scorie prodotte e smaltite nell’anno 2006 è pari a circa il 47% di quanto portato in combustione… il decreto legislativo vigente, n. 133/2005 riporta che la produzione di scorie e ceneri debba essere minimizzata al massimo e dell’ordine del 30% dei rifiuti portati in combustione. Se la lettura dei dati riportati nella relazione è quella richiamata, appare ben evidente che su un totale di circa 16.600 t/a… la produzione di scorie e ceneri che per legge non deve essere superiore al 30% costituiscono invece oltre il 47%, smaltite nella discarica gestita dalla stessa azienda”. La nostra fonte che condivide il contenuto di questo documento consegnato all’assessorato regionale per l’Ambiente e a quello della provincia di Brindisi, commenta: “perché tutto ciò? Non saprei, quello che è certo è che la Termomeccanica per mantenere l’impianto attivo deve spendere un bel po’ di soldi in produzione di energia, mentre l’abbancamento in discarica è gratuito, essendone gestore per conti del Sisri. È ovvio che i rifiuti meno restano nel forno, meno lavora l’impianto e meno energia si deve produrre”. A monte, al contrario, c’è un grosso introito (per la Tmt così come per ogni società proprietaria o gestore di una discarica o di un termodistruttore): il conferimento di rifiuti viene pagato dai clienti esterni a tonnellata, e quando si parla di rifiuti industriali si parla di cifre che toccano i 300 euro. E se è vero che la piattaforma brindisina abbia accolto materiale proveniente da molte zone d’Italia, si comprende bene quale fonte di guadagno sia stata, fino al suo blocco. “Credo che si possa dire che in cinque anni di funzionamento della discarica – continua la fonte – la Tmt abbia incamerato circa 20 miliardi di vecchie lire”. Un guadagno al quale ha contribuito anche il notevole risparmio nello smaltimento di scorie, effettuato da Termomeccanica con lavori di bonifica come quelli effettuati a Manfredonia tramite la sua Ipoter srl. In questo caso, al risparmio per lo smaltimento bisogna aggiungere il lauto compenso dato dall’Eni per i lavori fatti. È necessario quindi a questo punto fare un salto da Brindisi al centro sipontino. Ipoter srl con la Syndial (gruppo Eni) aveva un appalto per: recupero dei rifiuti, carico sui camion, trasporto e smaltimento dei rifiuti presenti nell'isola 16. Di norma si tende ad evitare questa concentrazione di incarichi tendendo a distinguere tra bonificatore e smaltitore, anche per rendere più trasparente il processo di bonifiche di siti industriali. Inoltre, quello di Ipoter srl era un appalto “specifico”, ossia comprendeva l’intera bonifica dell’isola 16. Lavoro non è mai stato concluso. Non è chiaro quando, ma ad un certo punto – presumibilmente quando i finanziamenti per l’appalto finirono –, la Ipoter richiese l’aumento del prezzo al quintale dell’opera di bonifica. Un prezzo che era già molto alto, stando a quanto affermato da ex dipendenti (dirigenti e non) Syndial a Manfredonia. Fino a quel momento Eni avrebbe pagato per la bonifica dell’isola 16, 320 euro ogni quintale di rifiuti smaltiti, quando invece il costo di mercato è pari alla metà. All’epoca della stipula dell’appalto tra Syndial e Ipoter il direttore delle attività industriali di quest’ultima era il foggiano Antonio Raimondi, che a Brindisi è sempre stato di casa. La rescissione del contratto sarebbe avvenuta soltanto dopo il passaggio del testimone da Raimondi ad Angelo Taraborrelli (ex direttore Agip, nuovo amministratore delegato di Syndial dal 2006) il quale non rinnovò l’appalto su indicazione anche del suo direttore delle attività ambientali Paparoni, avviando così un contenzioso tutt’oggi in corso con la Ipoter. L’appalto passò alla società del gruppo Eni (nata proprio per la gestione degli appalti di bonifica dei vari siti lasciati contaminati dal colosso in giro per l’Italia) che oggi prende il nome di Snam Progetti spa. I lavori all’isola 16 oggi sarebbero finiti e li avrebbero portati a conclusione in particolar modo La Fenice, società proprietaria di un inceneritore industriale a San Nicola di Melfi. L’origine del finanziamento per la “pulizia” dell’isola 16 non è certa, ma se è vero che la società ha iniziato la bonifica nel 2003 allora, l’avvio del suo cantiere coincide con l’ultimo anno dei tre durante i quali lo Stato Italiano finanziò l’Eni per il suo lavoro di bonifica a Manfredonia. Secondo le cifre ufficiali che il governo Berlusconi trasmise alla Corte di Giustizia europea nel 2004, arrivarono 37,8 miliardi di lire a titolo di “concorso pubblico”.

2 LE INDAGINI DELLA PROCURA DI BRINDISI GUARDANO A MANFREDONIA sotto la lente d'ingrandimento, il lavoro della Ipoter nel sito sipontino

È estrema l’attenzione per la pista Manfredonia/Brindisi proposta da l’Attacco, da parte del pubblico ministero brindisino Le Nozze coadiuvato dal capitano dei Noe di Lecce, Nicola Candido. Le loro indagini oggi sono particolarmente concentrate sulla identificazione dei 1000 fusti conservati a quanto pare senza particolari protezioni. Fonti vicine alla procura di Brindisi danno per certe perquisizioni nelle varie sedi di Veolia e della sua Termomeccanica, società acquistata un anno fa e costruttore/gestore dell’impianto per conto del consorzio Asi locale. Probabile sarebbe anche l’audizione come persona informata dei fatti di un dipendente di Termomeccanica, il quale potrebbe dare una mano per la definizione della provenienza di questi bidoni. I quali presumibilmente provengono da molte zone della Penisola, visto che di inceneritori e discariche capaci di smaltire questo tipo di scorie ce ne sono pochi. Fino al 2003, quella brindisina era l’unica presente nel Meridione. A questo proposito, bisogna riportare quanto scrive un giornale locale, il Quotidiano di Brindisi, il quale afferma che la Veolia, una volta giunta al sito e accortasi dei questi fusti ne avrebbe denunciato la presenza. Questo andrebbe a confutare una prima versione che voleva la scoperta di essi da parte dei Noe quasi per caso, durante una perquisizione che aveva ad oggetto soltanto l’impianto di monitoraggio delle emissioni in atmosfera del termodistruttore. Fonti attendibili danno per certa la convinzione da parte di giudice e carabinieri sull’arrivo di rifiuti a Brindisi direttamente da Manfredonia. La Ipoter srl, società controllata da Termomeccanica avrebbe lavorato a Manfredonia in periodo di tempo che andrebbe dal 2003 al 2007, anno del sequestro dell’isola 16 per presunte irregolarità nella classificazione dei rifiuti recuperati (stando a quanto dichiarato a l’Attacco dall’allora capocantiere Roccia, oggi in pensione: “Lavorammo anche durante il sequestro della magistratura”). Questo, è uno dei punti ancora non chiari, sui quali il pm sta ancora lavorando: c’è da chiarire se le indagini avviate l’8 agosto del 2007, siano ancora in corso o se il fascicolo penale sia stato chiuso. Il dubbio viene dato che i sigilli della procura foggiana sono ancora ben fissi all’ingresso dell’isola 16. Sempre in relazione al sequestro del sito sipontino, l’attenzione del pubblico ministero poterebbe essere anche sul ruolo che ha svolto Onofrio Laricchiuta. Chimico di Conversano (Bari), docente ordinario di Chimica all’università del capoluogo di regione e nominato dalla procura foggiana Ctu. Egli sarebbe ancora in possesso del computer per la certificazione dei rifiuti del sito Enichem, che gestiva nella supervisione dei lavori di bonifica. Inoltre, durante la sua attività di consulente della magistratura (ruolo che svolge spesso in tutta Italia), con il suo laboratorio di analisi, che gestisce insieme al suo socio Fragassi Chimie srl, avrebbe svolto analisi proprio per la Syndial, trovandosi così a rivestire il doppio ruolo di controllore e controllato. Noe e procura voglio vederci chiaro anche sul periodo durante il quale Termomeccanica tramite la sua Ipoter ha lavorato nel sito Eni di Manfredonia. Particolare attenzione ci sarebbe anche sulle dichiarazioni di un ex dirigente del colosso rilasciate su queste colonne. Probabilmente per capire se le date della sua attività si incastri con l’età dei fusti e dell’altro materiale stoccati a Brindisi. In questo senso potrebbe essere ascoltato a breve qualche ex dipendente della Ipoter a Manfredonia. Una cosa è certa, la strada che porta a Manfredonia “è uno spunto investigativo molto interessante, che gli inquirenti stanno sviluppando con attenzione”, dice una fonte interna al Palazzo di Giustizia brindisino.

3 Il memo di un'inchiesta iniziata tre mesi fa

Sembra lontana la vicenda della bonifica dell’area Eni di Manfredonia e Monte Sant’Angelo con quella della piattaforma per lo smaltimento dei rifiuti industriali di Brindisi, oggi al centro di un’inchiesta della magistratura. Eppure non è così. Tra i rifiuti pericolosi stoccati accanto al termodistruttore brindisino ci potrebbero essere o potrebbero esserci stati anche quelli provenienti dal sito sipontino, dato che la società che ha gestito l’impianto brindisino, Termomeccanica spa, ha lavorato anche alla bonifica dell’isola 16. L’attenzione de l’Attacco per la storia infinita della bonifica sipontina inizia nel marzo scorso, partendo dalla vicenda personale di un dipendente Eni Francesco Prencipe, oggi in causa davanti al Giudice del lavoro con Syndial spa (società fondata da Eni per la gestione delle bonifiche in Italia), per opporsi al suo trasferimento nel sito brindisino, dove il suo ruolo non era presente nell’organigramma. Ben prima della lettera di trasferimento, questo dipendente sarebbe stato oggetto di vari tentativi di mobbing, il tutto sarebbe da ricondurre al suo ruolo in azienda: controllore delle società alle quali Syndial appalta i lavori di bonifica. I problemi per lui sarebbero iniziati all’indomani dalla sua consegna di una relazione nella quale evidenziava alcune irregolarità nelle autorizzazioni di appaltatori. Sta di fatto che il titolare di una azienda (Zenit Industrie) , storico appaltatore di Eni a Manfredonia, lo scorso anno richiese all’organo interno di controllo di essere ascoltato perché vittima di un presunto tentativo di concussione perpetrato dal responsabile del sito Gianluca D’Aquila, il quale sotto la minaccia di togliergli l’appalto gli avrebbe chiesto di incontrare Prencipe con un registratore nascosto nel taschino della giacca, per estorcergli dichiarazioni compromettenti. Il progetto non andò in porto, l’imprenditore perse il suo appalto ventennale e denunciò il tutto all’organo di controllo interno all’Eni. L’unico effetto sembra essere stato il trasferimento di D’Aquila in Sardegna, ma l’imprenditore non è mai stato ascoltato. Da qui, l’Attacco ha cercato di comprendere e raccontare il sistema degli appalti che l’Eni ha adottato dall’inizio ufficiale dei lavori di bonifica nel 2001 (in ritardo clamoroso rispetto all’esplosione del 1976 della cisterna di arsenico i cui effetti su ambiente, salute – e politica – non si sono ancora esauriti). La vicenda di Prencipe, dopo gli articoli de l’Attacco è stata oggetto di un’interrogazione in consiglio regionale da parte del consigliere Roberto Ruocco all’assessore all’Ambiente e poi in Senato da parte dell’onorevole Michele Saccomanno al ministro Prestigiacomo. Oggi torniamo a parlare di appalti, o meglio, di un appalto in particolare: quello di Ipoter (leggi Termomeccanica) per la bonifica dell’isola 16 e del suo sito brindisino dove per un certo periodo di tempo ha portato le scorie.


Veolia, i lavoratori si incatenano per protesta davanti alla Provincia: “Subito una soluzione”, 7 ottobre 2010 (brindisireport.it)

RINDISI – La protesta è avvenuta questa mattina. Stufi delle solite promesse mai mantenute, e con la scadenza della cassa integrazione ormai alle porte, quattro lavoratori Veolia si sono incatenati davanti all’ingresso posteriore del Palazzo della Provincia, per manifestare contro il blocco del termovalorizzatore, ancora sotto sequestro dopo 18 mesi.

Si sono incatenati e davanti a cronisti, politici e passanti hanno illustrato con civiltà le loro ragioni. “Siamo qui perchè la cassa integrazione scade il 16 ottobre, e nulla è cambiato”. L’impianto è ancora fermo, è stata eseguita una perizia sui fusti per capire se nell’impianto di controllo dell’inceneritore tutto è a norma di regola, ma i lavoratori non ricevono le indennità già dal mese di giugno.

“Ci avevano detto che tutto si sarebbe ripristinato nel più breve tempo possibile”, protestavano questa mattina i quattro lavoratori all’esterno, in rappresentanza di tutti e 26. Nella tarda mattinata, sono stati ricevuti dal presidente della Provincia Massimo Ferrarese che li ha rassicurati sull’impegno dell’ente in funzione di un’imminente risoluzione del problema. Un nuovo aggiornamento avverrà la settimana prossima.

“L’azienda ha chiesto ancora un po’ di tempo – ha detto nei giorni scorsi il segretario della Uil Antonio Licchello -, in quanto su una parte dell’area dove insistono gli impianti vige ancora un sequestro della magistratura.” Al momento i lavoratori restano in quota a Veolia. “Tanto è vero – ha aggiunto Licchello – che allo scadere della cassa integrazione è stato necessario far richiedere la proroga alla Regione proprio dalla Veolia”.

La protesta dei lavoratori

La piattaforma polifunzionale del Consorzio Asi, impianto che smaltisce rifiuti industriali anche tossici e pericolosi, dal marzo scorso ha un soggetto gestore, la Cisa, che si è aggiudicata l’appalto indetto dal Consorzio anche se non senza qualche difficoltà. All’apertura delle buste il plico era appena uno, benchè le imprese ad aver mostrato interesse nei mesi precedenti fossero più o meno sette. L’unica offerta arrivata, quella della Cisa. Cioè proprio dall’impresa massafrese che aveva fissato sul terreno i paletti della gara d’appalto poco prima della stessa: una lista di eccezioni poi accettate dall’Asi, tra queste la possibilità di offerte al ribasso sul canone individuato. Proprio su quest’ultimo punto la Cisa ha messo a segno il suo colpo: l’offerta per il canone a 25mila euro, a fronte dei 300mila ipotizzati. L’azienda massafrese avrebbe dovuto poi sottoscrivere il contratto vero e proprio alla fine dello stesso mese ed entro aprile riassorbire i 27 lavoratori in quota alla Veolia, la società che nel 2008, dopo essere a sua volta subentrata a Termomeccanica, aveva deciso di sgomberare il campo.


Ex Veolia, la Cisa assume se il pm dà il via libera
Sabato 20 Novembre (senzacolonne.it)

BRINDISI - Le condizioni perché ai lavoratori ex Veolia venga evitato il dramma del licenziamento ci sono tutte.
Tutte tranne una.
Il termovalorizzatore sito sulla Strada per Pandi non è ancora stato affrancato dai sigilli e, di conseguenza, passato materialmente all’azienda vincitrice del bando di gara per l’affidamento.
Il dialogo tra il vecchio e il nuovo gestore del termovalorizzatore ha vissuto ieri un momento decisivo.
La Veolia e la Cisa sono tornati ad incontrarsi presso il Mercato del lavoro alla presenza dell’assessore alle Politiche Lavorative Vincenzo Ecclesie e alle organizzazioni sindacali.
Le due aziende hanno fatto il punto della situazione sulla delicata situazione occupazionale che da un anno e mezzo tiene sulle spine ventisei lavoratori costretti a restare con le mani in mano dal momento in cui (marzo 2009) l’impianto è stato “chiuso“ dalal magistratura (attraverso i carabinieri del Noe di Lecce) per verificare una serie di questioni legate a un presunto smaltimento illegalre di rifiuti speciali.
Oggi, 20 novembre, scade la cassa integrazione in deroga a cui sono confinati i lavoratori.

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