giovedì 20 gennaio 2011

Ci scrive Lorenzo Ciccarese, ricercatore ISPRA, sugli inceneritori di biomasse



Email inviata tempo fa al dr. Giuseppe Palazzo da parte di Lorenzo Ciccarese, nativo della provincia di Foggia, ricercatore dell’Ispra e rappresentante dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), vincitore del Nobel per la pace 2007.

Pubblico una email che mi ha inviato un carissimo amico mio, scienziato di fama mondiale,uno dei più grandi esperti ambientali italiani, dopo che gli ho illustrato ciò che vogliono istallare ad Accadia:

Caro Peppino,

la prima cosa che bisogna capire è se questo impianto si basa sulla palma da olio veramente e in che forma arriva questo materiale.

Inoltre, se il materiale che arriva è raffinato (per biodiesel o combustibili sintetici) oppure usato tal quale per la produzione di energia elettrica. Quindi: è un impianto di raffinazione o termoelettrico a biomassa.

Tieni conto che la maggior parte delle piantagioni di palma da olio per bio-energia sono state realizzate in Indonesia, Malesia e Cina, distruggendo almeno 11 milioni ettari di foreste naturali.

Negli ultimi anni sono stati sviluppati sistemi di produzione di combustibili sintetici, che si basano sulla sintesi gassosa di H2, CO e successiva liquefazione. Teoricamente qualsiasi materiale contenente idrocarburi può essere usato per farne benzina e gasolio (rifiuti solidi urbani, rifiuti di macellazione, rifiuti industriali, ecc.).

Se l'impianto in questione è un impianto termo-elettrico, di piccole dimensioni, una volta realizzato, passati i cinque anni previsti, sicuramente il gestore richiederà:
1. il loro ampliamento (potendo poi usare qualsiasi altro tipo di combustibile)
2. di utilizzare Combustibili da Rifiuto (il famoso CDR), combustibile certamente più disponibile (da Napoli?) della palma da olio.

È possibile che fra qualche anno, forse mesi, con gli scenari dei mercati dei prodotti energetici, la Malesia, la Cina, l’Indonesia non esportino più l’olio di palma (perché serve a loro). Sarà una ottima scusa per il gestore per richiedere di usare altri combustibili, compreso il CDR: la cosa è permessa dalle normative nazionali ed europee e con prezzi certamente più bassi della palma da olio. Addirittura non è escluso, come già oggi avviene nei cementifici, che il produttore di CDR paghi il gestore degli impianti per la termovalorizzazione di questo singolare combustibile.

Le diossine si formano in qualsiasi processo di combustione in cui siano presenti carbonio, ossigeno e cloro, e sono cancerogene (queste cose le sai bene).

La loro formazione negli impianti di combustioni e negli inceneritori (detti pure termovalorizzatori per renderli più accettabili) dipende dal materiale di partenza (PVC, ecc.)

La Direttiva sul trattamento dei rifiuti (Direttiva 2000/76/EC) ha posto il limite di of 0,1 ng/m3 (1 parte in 10 miliardi) per le diossine nelle emissioni in atmosfera.

Per il rispetto della Direttiva gli impianti devono effettuati controlli attenti sulla temperatura (che deve essere sufficientemnete alta per distruggere diossine, altri inquinanti, ma non troppo per non favorire la formazione di ossidi di azoto e per non consentire che la diossina si riformi durante il raffredamento dei gas in uscita) e sulla turbolenza. Ci sono poi tecnologie che consentono di abbattere e neutralizzare i gas, i metalli pesanti (cadmio, mercurio, ecc.) e il particolato (filtri o precipitatori elettrostatici). Ma chi controlla? Basta vedere che cosa è successo a pochi chilometri da casa per capire che spesso le norme sono eluse e i controlli non funzionano.

I biocombustibili contengono composti del cloro e dello zolfo. E se la combustione del biodiesel derivato da olio di palma comporta qualche problema, la combustione di CDR, anche della sola frazione biodegradabile, comporta certamente qualche problema ambientale e sanitario in più.

Numerosi autorevoli studi, pubblicati su riviste quali Nature e Science, tra cui alcuni di Pimentel, scienziato americano, dicono che per produrre una tonnellata di biodiesel c’è bisogno, considerando tutto il ciclo produttivo, dalla preparazione del seme alla raccolta, dal trasporto alla raffinazione, di 1.2 tonnellate di energia fossile, e che quindi c’è un bilancio energetico negativo.

Oltre che alle emissioni di inquinanti convenzionali quali ossido di carbonio, polveri totali sospese e ossidi di azoto occorre porre attenzione ad inquinanti meno convenzionali che si producono con la combustione di biomasse quali polveri sottili, formaldeide, benzene, idrocarburi policiclici aromatici, diossine.

Una centrale a biomassa per poter produrre elettricità a costi confrontabili con quelli di altri combustibili (metano, ecc.) deve avere una potenza pari a 35 megawatt elettrici, come appunto quella che vogliono fare ad Accadia. Questo significa fare arrivare all’impianto quasi 38 mila tonnellate di olio; considerando un trasporto unitario per camion di 20 tonnellate, almeno 1.890 camion dovranno passare per Accadia. Ogni giorno dell’anno 5 camion che vanno e tornano. Senza contare quelli che trasportano altri materiale e rifiuti dell’industria.

L’economia di scala comporta conseguenze non trascurabili anche sull’impatto ambientale in quanto la quantità di inquinanti emessi in atmosfera e ricadenti sul territorio sottovento sarà in proporzione alla quantità di biomassa utilizzata.


"Agricoltura e foreste: la sfida del cambiamento climatico", di Lorenzo Ciccarese

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