venerdì 21 gennaio 2011

Le ecomafie che uccidono la Capitanata

di Pasquale Trivisonne
Italia Terra Nostra, 20/11/2009.

In tutta la Puglia, e nella provincia di Foggia in particolare, è ormai è in atto una vera e propria guerra ambientale, con un territorio e coloro che ci abitano, aggrediti dal mare, dalla terra e, anche dall’aria. Nella Capitanata, il rinvenimento di discariche di rifiuti tossici è diventata, una realtà quasi quotidiana. In modo illegale, ma spesso anche grazie a controlli inesistenti, arrivano rifiuti da ogni dove, spacciati per compost riversati poi nei terreni agricoli, oppure occultati in cave, fiumi e fabbriche dismesse. Le operazioni più famose Rabbit, Veleno e Black River hanno svelato, in questi ultimi anni, i traffici ecomafiosi in provincia di Foggia e i danni irreversibile compiuti all’ambiente. In particolare Blak River, una delle operazioni più famose, non a caso definita la “Gomorra dei Monti Dauni”, ha provocato, nell’agro di Castelluccio dei Sauri, un danno ambientale incalcolabile: 500 mila metri cubi di rifiuti speciali pericolosi e non versati in circa otto ettari di terreno con vincolo paesaggistico. Una delle aziende artefici di questo disastro ambientale è la società A.GE.COS. S.p.a., di proprietà dei fratelli Bonassisa, coinvolta anche nella vicenda della discarica di rifiuti tossico nocivi di Orta Nova. I fratelli Bonassisa installano anche, tra una discarica e l’altra, impianti eolici. Tramite la Elce Energia S.p.a., hanno presentato agli uffici regionali l’autorizzazione per installare 10 pale (25 MW) nell’agro di Biccari; hanno in cantiere un parco eolico a Ordona e hanno rivenduto, secondo la Finanza di Foggia, l’autorizzazione per un impianto eolico a Deliceto, ai russi di Avelar, del gruppo Renova. A pochi chilometri dalla discarica di Castelluccio dei Sauri, sempre nella Valle del Celone, a Giardinetto in una fabbrica dismessa (gruppo Fantini) – secondo i dati tecnici notevolmente sottostimati dell’azienda – sono presenti 47.000 tonnellate di rifiuti tossici di cui, il 10% circa, definito pericoloso dallo stesso perito di parte. Si tratta di rifiuti tossici provenienti da tutta Italia, dall’Europa e addirittura dalla lontana Corea. Tra le sostanze rilevate superiori ai limiti delle leggi vigenti, risulta esserci, almeno in un caso, il cromo esavalente (certificato n. 3721/7). Sulla pericolosità del cromo esavalente è stato girato addirittura un film, “Erin Brockovich. Racconta di un fatto di cronaca, relativo alla contaminazione delle falde acquifere con cromo esavalente e del decesso di molti abitanti che abitavano nelle vicinanze di un’industria americana che utilizzava questa sostanza nel ciclo produttivo. La I.A.R.C (International Agency for Research on Cancer) classifica il cromo esavalente (cromo VI) nella categoria 1 degli “agenti cancerogeni per l’uomo” In tutti questi anni, nonostante i sequestri, i processi e le proteste della popolazione, non è stata effettuata nessun tipo di bonifica e di messa in sicurezza del sito. Le navi cariche di rifiuti affondate al largo del Gargano, i veleni stipati a Giardinetto e nell’Alghisa a pochi chilometri da Lucera, la discarica di Castelluccio dei Sauri, sono gli esempi più eclatanti di un territorio violentato da ecomafiosi e da imprenditori privi di scrupoli che, in spregio di qualsiasi regola di convivenza civile, avvelenano gli elementi fondamentali che rendono possibile la vita: l’aria, l’acqua e la terra. Questa situazione è aggravata dal fatto che a questo tipo inquinamento, con effetti pesantissimi soprattutto sulla salute, se ne aggiunge un altro, che ha effetti devastanti sul territorio e sull’economia. La Capitanata sta trasformando la sua millenaria economia da prevalentemente agricola a prevalentemente industriale, con impianti industriali che producono energia cosiddetta pulita, con scarse ricadute occupazionali e che quindi, producono enormi profitti e pochissimo salario. Siamo arrivati a quel fenomeno, ben noto ai sociologi ed economisti, definito come “industrializzazione senza sviluppo” che costituisce, da un lato un paradosso della società postmoderna, una sorta di neocolonialismo, e da un altro una criticità a livello locale poiché non produce nessun tipo di sviluppo economico. Tutto questo avviene, tra l’altro, senza nessun strumento di programmazione energetica provinciale e con il paradosso che rischiamo di diventare i primi produttori in Italia di energia cosiddetta pulita ma, in un territorio pesantemente inquinato e dove, i profitti incredibili generati da queste industrie non sono utilizzati per compensare i danni ambientali creati dagli ecomafiosi E’ evidente che una situazione di tale complessità richiederebbe, non solo, strumenti legislativi, mezzi e strutture atti a garantire il controllo del territorio ma, soprattutto, estrema rigidità in sede di rilascio delle autorizzazioni. Spesso invece, la parte pubblica, sempre molto solerte e attenta nell’autorizzare industrie “verdi”, lo è un po’ meno per altri tipi di impianti che impattano in maniera molto pesante sul territorio e sulla salute di noi tutti. E’ di questi giorni la notizia dell’arresto di Oreste Vigorito, proprietario della I.V.P.C., azienda che ha realizzato il maggior numero di impianti eolici in Capitanata. L’avvocato Vigorito, oltre che essere uno dei maggiori imprenditori del settore eolico in Italia è anche il presidente dell’ANEV, l’associazione di categoria degli industriali di questo comparto. E’ il responsabile, nel bene e nel male, dello sviluppo eolico in Italia. E’ accusato di associazione per delinquere finalizzata alla truffa aggravata, per aver indebitamente percepito contributi pubblici per la realizzazione di parchi eolici destinati alla produzione di energia elettrica. Qualora l’impianto accusatorio venisse provato, ci troveremo dinanzi ad una truffa di proporzioni colossali e che, cosa ancora più grave, ha contribuito a distruggere interi porzioni di territorio di smisurata bellezza in cambio del nulla. Tutti gli impianti eolici installati in Capitanata sono stati realizzati senza alcuna programmazione e in assenza di un Piano Energetico. 
Solo una infinitesima parte degli impianti è stata realizzata valutando l’impatto ambientale (V.I.A.) che le centrali eoliche industriali hanno sul territorio e addirittura 377 torri (220 MW) che sono state realizzate prima del 2002 non sono state sottoposte ad alcuna procedura. E’ incredibile il pressappochismo che sembra aver caratterizzato la Provincia di Foggia nell’autorizzare un impianto di compostaggio in località Ripatetta, che sta provocando non poche proteste tra la popolazione di Lucera, Foggia e Borgo San Giusto. In questi posti, spesso, si avverte un insopportabile fetore di stallatico dovuto, quasi sicuramente, al ciclo di lavorazione dell’azienda EcoAgrimm S.r.l. che opera in contrada Ripatetta (San Giusto) e che produce compost utilizzato in agricoltura. Nel piccolo borgo rurale di San Giusto, la situazione è talmente critica, che i cittadini sono stati costretti a riunirsi in comitato per denunciare oltre che la situazione indecente in cui sono costretti a vivere, anche la latitanza delle istituzioni. Questo borgo è densamente abitato da circa cinquant’anni e, nel suo territorio, sono presenti attività di ristorazione e turistiche che denunciano il rischio di chiusura se la puzza dovesse continuare a persistere. In questo caso la superficialità che ha caratterizzato gli uffici provinciali che hanno concesso l’autorizzazione, è stata rimarcata addirittura da una recente sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale (T.a.r.), Il 29 settembre scorso, il T.a.r. della Regione Puglia ha espresso parere favorevole (02149/2009 REG. SEN.) ad un ricorso prodotto dall’azienda EcoAgrimm S.r.l. contro una delibera provinciale che poneva dei limiti tesi a limitare la capacità produttiva dell’impianto a 83.000 tonnellate l’anno.Il T.a.r., ravvisando dei difetti nell’istruttoria del comitato provinciale che ha approvato l’impianto, ha autorizzato l’azienda a triplicare (232.000,00 tonnellate/anno) il volume dei rifiuti trattati.Una delle mancanze riscontrate era relativa al fatto che nell’autorizzazione non venne “descritto e valutato l’impatto diretto e indiretto del progetto sull’ambiente” e, addirittura, “non è stato effettuato, in sede di autorizzazione, nessun sopralluogo presso l’impianto”.Inoltre, il T.a.r. riscontra che “il parere di V.i.a. recepito dalla Giunta provinciale “non contiene alcuna valutazione degli effetti dell’impianto per come progettato sull’ambiente”.Sostanzialmente, su un impianto che è stato riconosciuto dallo stesso proprietario, in un’intervista, ad alto impatto ambientale, non sono stati effettuati sopralluoghi e, incredibilmente, non sono stati valutati quali sarebbero stati gli effetti della sua attività sull’ambiente.Ma oltre a quanto ravvisato dal Tribunale regionale, la valutazione degli uffici provinciali, avrebbe dovuto prendere in esame non solo gli aspetti ambientali relativi ad eventuali emissioni nocive nel sottosuolo e nell’atmosfera, ma anche le ricadute, sull’economia del territorio, che provocano questo tipo di impianti.Questo aspetto, pur previsto dalla normativa nazionale e comunitaria, non sempre viene valutato e spesso si autorizzano impianti, quelli eolici sono gli esempi più eclatanti, che distruggono più posti di lavoro di quanti ne creano. Quello che andrebbe considerato sono gli effetti sull’economia complessiva della zona, considerando anche altri fattori quali, ad esempio, i posti di lavori persi in altri comparti, l’effetto sul turismo, la ricaduta sui prezzi degli immobili. Un altro fattore che lascia perplessi in merito all’autorizzazione, è il fatto che a pochissimi chilometri di distanza, in località San Giusto, la Regione Puglia ha imposto la verifica di impatto ambientale ad una società eolica per l’installazione di 30 aereogeneratori. La zona, secondo gli uffici regionali, ha tutti i requisiti per essere classificata come Zona di Protezione Speciale (ZPS) in quanto è di straordinario interesse naturalistico, dal momento che annovera una presenza significativa e stabile di specie faunistiche e floreali protette dalla legislazione comunitaria. Secondo la giurisprudenza comunitaria, in situazioni analoghe verificatesi in altri Paesi della UE, cioè in presenza di habitat e specie prioritarie, pur in assenza di aree di protezione designate, interventi potenzialmente impattanti su di essi hanno comportato la condanna dello Stato membro. La zona del borgo di San Giusto, oltre che essere di particolare interesse naturalistico lo è anche da un punto di vista archeologico e storico, in quanto durante i lavori per la costruzione della diga vennero portati alla luce i ruderi di una basilica paleocristiana di enorme interresse, che lascerebbe ipotizzare la presenza di altri insediamenti nelle vicinanze. Una situazione paradossale che vede, da una parte gli uffici regionali richiedere un procedura per la salvaguardia dell’ambiente che ha pochi precedenti in Puglia, dall’altra la Provincia autorizzare impianti che, nella stessa zona, provocano emissioni assai più malsane dal lato ambientale e che sono suscettibili di causare un calo del turismo e di tutte le attività ad esso legate.

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